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Leggere pesanti

vertigine d'ingorgo2

I. Io sono.

Vago per strada in attesa che qualche persona chiami ad alta voce un nome. E quando quel nome è Andrea, mi giro.

Io sono Andrea, e più d’una volta dietro casa mia ho provato a dire ad alta voce “fosso!” ad un canale di scolo che s’ostinava a darmi le spalle. Lui però rimane lì, senza girarsi, come se non ci fossi. Resta invaginato nel terreno a ristagnare acque reflue e raganelle piene di pesticidi esondati dai campi limitrofi.
Questo gioco dei nomi, del dirli e del voltarsi, però funziona bene con le raganelle, a patto che ci s’avvicini con circospezione sufficiente e s’urli forte forte all’improvviso “Raganella!”. L’anfibio, stordito dagli anticrittogamici, sovente avvita gli arti in posa spastica tentando di saltare via, col solo risultato di girarsi a pancia all’aria sul greto del fosso.
Allora mi dimentico del tanfo di yogurt putrefatto e m’incanto ad osservare il mulinare delle zampette mentre nuotano l’aria, intercalando a tratti scatti isterici, e il rantolo di gola che accompagna l’emissione di escrementi semiliquidi da dietro, d’un colore indefinibile tra il giallo e il falso.
Anche i girasoli si girano quando li chiamo, mostrando almeno un minimo di concordanza con il nome. Ma è una danza così lenta che ci vuole la pazienza di Giobbe e spesso nell’attesa viene notte. Non avranno mai l’ulcera perforata, i girasoli.

Io vivo in un posto che ferma le auto. Si chiama Cambrate di Sotto e c’è un unico grande incrocio col semaforo, nel punto in cui la statale interseca la via centrale del paese. Le macchine in coda si perdono fino all’orizzonte: ci sono macchine ovunque. Tranne nel mio giardino. Nel mio giardino crescono i pisciacane, quei fiori dal colore indefinibile tra il giallo e il vero, che non si lasciano guardare facilmente: sono selvatici e scontrosi, ma d’altra parte chi non lo sarebbe ad essere chiamato con quel nome? Di certo non gli piace, difatti quando li chiamo fingono di non sentire.

Io, qualche volta, guardo ancora il mondo a testa in giù. Resto a testa in giù per ore, finché l’impressione che gli occhi stiano sanguinando non colora tutte le automobili di rosso capovolto. Spesso vedo persino sfocato, come se il parabrezza dello sguardo si fosse tutto appannato. E’ bello osservare gli pneumatici girare: loro si girano sempre, anche se nessuno li chiama. Mi fanno sorridere e allora sogno di fare l’autostop con la mano. Lo sogno soltanto perché sennò, senza l’appoggio di una mano, mi schianterei subito non riuscendo più a restare in equilibrio a testa in giù. Stranamente, anche se non faccio veramente il gesto con il pollice e non sono in strada, capita che qualche macchina più umana delle altre si fermi a prendermi su. Così posso viaggiare anch’io, come Matteo.
Matteo è impazzito a sedici anni. Ha buttato il videofonino nel fosso e s’è messo a strappare i pisciacane a mani nude. Poi li ha pure mangiati. Ha detto che sapevano di varechina dolce. Sapevano pure altre cose, tipo che mamma era morta, che il latte in dispensa era finito e che quando un uomo e una donna fanno l’amore si ammalano di vita. Ma io non ci credo.
Comunque da allora Matteo sembra molto calmo e ha ripreso a pisciarsi sotto e persino a letto.
Non è un posto per tutti, Cambrate di Sotto, ci vive solo chi sa immaginare le macchine e gli uomini con uno stesso occhio, mentre l’altro occhio resta chiuso e vede le macchine e gli uomini.

Io sono Andrea e vivrò qui per sempre. Quando la gente del paese dice il mio nome a voce alta, io mi giro, sorrido appena e mi sciolgo i capelli. E racconto una storia d’amore, perché so di essere una donna.

II. L’amore.

Matteo non è sempre stato mio fratello. C’è stato un periodo della mia vita in cui non era nato, quindi non poteva essere niente. Ricordo che mio padre, il giorno del funerale, si staccò due unghie mentre accarezzava la bara e intanto ripeteva con la voce piatta di un navigatore satellitare “non siamo niente, non siamo niente, non siamo niente…”. Ogni tanto lanciava anche uno strano urlo acuto che non gli avevo mai sentito pigolare e allora per un attimo non sembrava più il navigatore. Chiamò almeno mille volte il nome di mia madre, ma lei non si girò. Poi la bara si chiuse quasi fosse stata la bocca di un alligatore gigante e sparì nelle acque limacciose del fosso.
Quindi, in senso più generale, senza limitarmi al caso specifico di mio fratello, non so cosa possiamo essere, ma certo non siamo niente.
Comunque Matteo era nato un giorno di Maggio in cui la coda di macchine arrivava fino al paese vicino. Forse per questo era nato con una piccola escrescenza, lunga circa due centimetri, sopra il sedere, che in effetti pareva proprio l’abbozzo di una coda.
Quando gli sfioravi la coda, rideva. Già a poche settimane di vita, ogni volta che gli toccavi l’escrescenza, rideva, anche se la pediatra aveva snobbato tale spiegazione con scetticismo da scienziata. Credo che Matteo sia stato l’essere umano più precoce nel sorridere. Era un riflesso automatico e non sembrava costargli fatica.
Insomma, se è vero che qualsiasi cosa ha il suo lato bello, il lato bello di Cambrate di Sotto, per Matteo, era Francesca. Si conobbero a quattordici anni e lei aveva già altri quattro spasimanti. Così Matteo si mise in coda.
Francesca indossava poche cose, oltre il sottile strato della pelle. Quando camminava ti prendeva per mano e portava via con sé ogni tuo pensiero, smarrendolo nel bosco. La prima volta, Francesca prese una mano a mio fratello e gliela restituì soltanto il giorno dopo. Nell’arco della notte, studiò le pieghe delle dita e poi se la posò dove il collo incontra il calore del petto. La piega dei seni familiarizzò con le sue simili e da allora in poi la piega presa dalla storia fu chiara a tutti. Così Matteo usciva di casa con le tasche piene di sassolini bianchi per segnare la strada nel bosco, ma si perdeva lo stesso.
Francesca passava ore a titillare la coda di lui, che, a sua volta, andava e veniva tra l’accarezzare l’idea di ridere per entrambi e il ridere in sé e per sé. Perfezionarono l’arte del tocco e del ritocco al punto da risultare praticamente indistinguibili dagli originali. Anche io, che pure lo conoscevo più d’ogni altra persona al mondo, non avrei saputo dire se mio fratello stesse solo imitando le carezze degli innamorati o se fosse la carezza stessa. Una volta sentii che le diceva: “So andare in bicicletta senza mani, ma non so sognare senza mani”. “A che serve sognare se hai le mani?” – replicava lei, quindi aggiungeva – “A cosa serve toccarmi se non a farti accarezzare?”. Si svaligiavano l’identità a vicenda: era una rapina mano amata.
Quando Matteo iniziò a dipingersi le unghie con lo smalto verde di Francesca, fu chiaro a tutti che si era fatto prendere la mano. Cercai di parlargli, ma si sa che l’amore non sente ragioni.
Forse per questo, certe mattine a Cambrate di Sotto, la nebbia avvolgeva le macchine in coda e oltre la cancellata del giardino ogni realtà veniva. Cancellata. Quelle mattine uscivo di casa per galleggiare nel latte. Mi tuffavo nel bianco e un attimo dopo ero zuppa quanto un biscotto ai quattro cereali che si sfalda nella tazza. Restavo sospesa nel nulla fino a sciogliere completamente il mio copro fisico e mi tornavano alla mente le parole di mio padre. Erano le stesse, sillaba per sillaba, ma le ossa non sollevavano più la pelle in spigoli affilati: erano rotonde, cantavano un soffritto di cipolla e indossavano il grembiule azzurro, quello con sopra i girasoli. Erano tenere e il mio corpo di biscotto le assorbiva con piacere, traendone un torpore dolce che struggeva muscoli e ossa e mi toglieva le forze: “non siamo niente, non siamo niente, non siamo niente…” Allora, con un po’ d’invidia, capivo cosa provasse mio fratello innamorato.
Tutto era perfetto, non fosse stato per l’odore degli scarichi delle macchine che ti salgono al cervello anche se non li vedi.
Tutto era perfetto, non fosse stato che Francesca morì.

III. La morte.

Certe sere, a Cambrate di Sotto, arrivano le rondini. Le vedi stagliarsi contro il cielo scarlatto, oltre i camini del polo chimico. Nuova vita germoglia tra i fiori, la natura rinasce e i profumi nell’aria si accoppiano alle esalazioni industriali per dare alla luce sempre nuovi allergeni. Aveva il raffreddore da fieno, Francesca, ma non se ne andò per questo.
Certe sere, Cambrate sta di Sotto, rannicchiato raso terra, e il sole decide di non tramontare, restando immobile, pochi millimetri sopra l’orizzonte a vedere che succede in paese. Le viole si specchiano nel cielo e gli ultimi raggi dorati ti puntano dritti negli occhi per ipnotizzarti il cuore. Allora m’incanto a guardare gli screzi di luce iridescenti del canale di scolo nel crepuscolo. Allora tutto assume quel calore sensuale in cui il volo delle rondini è una danza di libertà che fa da sfondo al saltabeccare urlante di ragazzini eccitati. Era a quell’ora che saltavamo in bicicletta e salivamo sull’argine per specchiare i raggi delle ruote in quelli del sole. Spesso, ci chiamavamo l’un l’altra nel gioco, ma nessuno si girava; anche una pedalata a vuoto ti uccideva: la minima distrazione era fatale mentre affrontavi l’erta ripidissima della salita. Così scattavamo in piedi sui pedali, dritti e impettiti, e neanche i raggi del sole si giravano, soltanto quelli delle ruote delle bici. Oppure giocavamo a nascondino in strada, incuranti del traffico, tanto la coda di macchine non si spostava di un millimetro sulla statale. Una sera in cui toccò a lui di contare, Matteo corse fino all’angolo, affilò gli occhi e urlò: “tana per il sole dietro la casa di Leonardo!”
Più tardi, andando a letto, si rimaneva svegli quanto basta a raccontarci le storie vissute di giorno per poi riporle sulla mensola dei libri, accanto alla scrivania. Infine il sonno saliva impalpabile come goccioline di nebbia, che anche se le fotografi con il videofonino non riesci mai a intuirne il movimento.
E io, che sono Andrea, quando il sonno chiamava, sorridevo sognando d’essere Matteo o Francesca e ricominciavo a vivere.
Matteo amava Francesca perché aveva unghie scorrevoli come pennini e sapeva scrivergli il sorriso sulla pelle. Francesca amava Matteo perché aveva l’odore della pagina bianca, Francesca amava Matteo perché gli era necessaria. “Amore mio, dove sei?”. “In ogni riga vuota.”

Poi ci colpì la pandemia d’ininfluenza: gente che moriva per le strade, andando a messa; gente febbricitante che giaceva riversa sulle poltrone a guardare il Grande Fratello 10, con gli occhi lucidi e la faccia livida. Ricordo mia nonna rannicchiata su una sedia e la sua mano nodosa che s’alzava tremolante coprendo la bocca ogniqualvolta la tosse le squassava il petto, per poi calare sulle guance dei nipoti carica d’affetto. I telegiornali rendicontavano giorno per giorno l’esatto numero di morti. Ci fu una vera e propria carneficina anche a Cambrate di Sotto: morì quasi un terzo della popolazione. Forse fu colpa di mia nonna. Alla fine morì anche lei, ma la cosa non la sconvolse più di tanto: dopo la morte di mia madre aveva smesso di ricamare i centrini a pizzo chiacchierino.
Francesca fu tra gli ultimi a ammalarsi, quando oramai un vago senso di rassegnazione s’era impadronito di tutti e la morte era tornata ad essere una presenza familiare nelle case. Una disperazione composta impediva di gridare il dolore e le persone care venivano salutate con lacrime mute da processioni che rivaleggiavano in lunghezza con le code di macchine sulla statale. L’accompagno partiva dalla piazza della chiesa, da cui s’imboccava prima via Roma, percorrendola fino in fondo, e poi via Sino dove la folla s’intruppava gonfia come le ginocchia di mia nonna prima di defluire a sinistra in via Camposanto. Il sindaco fece costruire in gran fretta un colombaio chilometrico, da millecinquecento posti, di cui egli stesso andò a occupare un loculo poco dopo la fine dei lavori.
In quei giorni, nessuno aveva troppa voglia di parlare. Si comunicava con gli occhi, con un cenno del capo o mimando la paura col tremore delle mani. Quelle di Francesca, quando la febbre saliva, vibravano imitando il ronzio del cellulare in modalità silenziosa. “Perché non mi parli, amore?” – domandava Matteo al capezzale di Francesca senza muovere le labbra. Poi la baciava, sempre senza muovere le labbra. “Apri gli occhi, Francesca. Stai sveglia ti prego”. Era straziante vedere mio fratello stringerle la mano e sperare di esserle salutare. “Buonasera” – diceva il dottore entrando. “Buonasera” – ripeteva andando via, ma insieme scuoteva la testa. Così il soliloquio di Matteo ricominciava. “Guardami Francesca, sono io. Devi rimanere sveglia, fallo per me che sono qui. Dì qualcosa…” Il respiro di Francesca iniziò ad incepparsi, di tanto in tanto, mentre faceva le prove generali. Continuò a provare e riprovare per sei giorni, senza riuscire a decidersi a mettere in scena il dramma finale. Mio fratello, frattanto, s’era fatto più magro dello stinco d’un paralitico e stava tutto il tempo immobile piegato sul capezzale dell’amata. “Non lasciarmi… io ti amo, ti amerò sempre: questo deve salvarti. Non lasciarmi… continua a scrivermi, ti prego, non andartene…” Era quasi l’alba del settimo giorno, quando Francesca si scosse tutta e apri gli occhi. Matteo, che s’era assopito accanto al letto, quasi cadde dalla sedia. “Amore! E’ il dolore? E’ il dolore… lo so… ti tengo la mano più forte, così… che ne è del tuo respiro dolce? Oh, non lasciarmi…” Francesca si voltò verso di lui. Provò a parlare, ma dalla bocca uscì soltanto un gorgoglio che diceva ‘la voce, amore mio, la voce mi è già morta nella gola… sento il sapore muto del silenzio, la voce m’indica la strada… il tuo nome, nemmeno il tuo nome sopravvive, non riesco più a pensarlo, non riesco più a pensare niente…’.
Matteo scoppiò a piangere, sentendo il calore ritrarsi dalla mano della donna.
Francesca ebbe un singulto breve, che spinse l’aria fuori dalla gola il tanto che bastò per dire in un sussurro – “Non è importante… non è importante…”
Poi cedette alla tentazione di voltare l’ultima pagina, di chiudere il libro e riporlo nell’immobile.

IV. La follia.

Mio fratello pianse sul petto di Francesca finché non fu finito tutto il tempo. In quel preciso istante l’ultima lacrima si staccò e rimase lì, sospesa nel vuoto a metà della caduta. Senza più un poi né un dopo, lentamente evaporò nell’aria.
Certe mattine, a Cambrate di Sotto, nell’aria si respira odore d’assenza. E’ allora che ti guardi attorno e fai l’inventario delle cose: la coda di macchine c’è, il fosso pure, la luce anche (sennò sarebbe notte). Allora io, che sono Andrea, faccio un respiro più profondo e affilo il cuore provando a dare un taglio differente alla mia storia. Forse, però, non ho abbastanza fantasia… fatto sta che invece di inventare nuovi romantici sviluppi, guardo Matteo e all’improvviso so. Che cosa manca.
Matteo la chiama ancora forte, Francesca. Anche mentre vaga lungo la statale, la chiama. La chiama così forte che a volte l’aria si gira.
Chi ha la malaugurata idea di fermarsi nell’unico bar di Cambrate di Sotto, all’angolo tra la statale e via Milano, si accorge subito che c’è qualcosa che non va: porta la tazzina di caffè alle labbra, annusa e sente che l’aroma è monco. E non è perché l’Aldo nella macchinetta mette sempre meno polvere arabica, per colpa della recessione. Tutto dipende da parziali interruzioni di coscienza del paese, talvolta seguite da amnesia ed associate ai movimenti automatici di chi suo malgrado sopravvive: il duro colpo inferto alla comunità di Cambrate di Sotto dalla pandemia d’ininfluenza, ha causato un trauma cranico insanabile. E il paese da allora soffre di assenze epilettiche.
Matteo nacque a stento. Aveva attorno al collo due giri di cordone e l’ostetrica e non voleva lasciare l’utero di nostra madre, quasi avesse capito che separandosi da lei, prima o poi l’avrebbe persa per sempre. Lo buttarono in un angolo della sala parto e solo l’ostinazione di una giovane pediatra con gli occhi grandi e i capelli raccolti in una lunga coda, riuscì a convincerlo a succhiare qualche boccata d’aria che sapeva di disinfettante da ospedale.
Dopo la morte di Francesca, mio fratello provò invano a smettere di respirare: per quando si costringesse a trattenere il fiato, a un certo punto qualche strano automatismo di cui era dotato il suo corpo, lo obbligava ad esplodere un risucchio, frustrando la sua straziante determinazione. Poteva accadere in qualunque momento del giorno e della notte: sentivamo riecheggiare nella casa quell’ululato di gola fatto d’una “u” lunga e arrotolata e sapevamo che Matteo aveva di nuovo provato invano a soffocarsi.
Cercai in ogni modo di aiutarlo, ma mi allontanava in malo modo, gridando – “Gira al largo, non è aria!!”. Poi scoppiava a piangere, perché non era da lui parlarmi a quel modo. Di notte sognavo di accarezzare la sua coda e di farlo sorridere e poi ridere e ridere. Era diventato un sogno ricorrente che mi tormentava sempre più spesso. Finché una volta non decisi di farlo davvero: puntai la sveglia alle tre di notte e sgusciai nella sua camera alla luce d’una torcia da campeggio. Dormiva di fianco, rivolto verso il muro: di meglio non potevo sperare. Restai per qualche minuto a contemplare il rigonfiamento formato dalla sua schiena sotto le coperte, quindi scostai le lenzuola e lentamente sollevai con mani impalpabili la maglietta del pigiama. Si mosse, così attesi un attimo. Infine spinsi in basso i pantaloni del pigiama e gli slip, mettendo a nudo la coda. L’orrore che mi colse fu tale che la torcia mi guizzò dalle mani e andò a sfracellarsi sul pavimento, precipitando la camera nella più totale oscurità. Matteo sussultò nel sonno, senza svegliarsi. Com’era possibile?!? Che m’avesse ingannata il gioco delle ombre? Rimasi immobile senza rendermi conto del tempo che passava e solo quando le prime luci dell’alba filtrarono dal corridoio, raccolsi i pezzi della torcia e feci ritorno nella mia stanza.
Non c’era più nessuna coda. Al posto della convessità che conoscevo, stava ora un’area scura, concava, profonda quasi un centimetro.
Non so dire se Matteo si fosse volontariamente amputato l’escrescenza madre d’ogni suo sorriso, magari scavandola a palate d’unghia, o se la coda si fosse spontaneamente atrofizzata per la prolungata inattività. E non ne feci parola a nessuno, nemmeno a mio padre.
Tuttavia, quando mio fratello iniziò a scrivere lunghe lettere a mia madre e a sostenere che il postino era un ladro poiché evidentemente occultava le missive delle risposte, fu chiaro che il suo equilibrio mentale stava imitando le gesta di Karl Wallenda durante la sua ultima tragica passeggiata sul filo. Ne parlai con mio padre, che decise di sorvolare sulla cosa.
La reazione, però, fu molto diversa quando, il mese seguente, lo sorprese nudo sul letto, intento a masturbarsi con le unghie smaltate di verde. “Non è vero, non mi sto masturbando…” – protestò Matteo continuando ad andare su e giù, su e giù, su e giù, molto lentamente – “…questa è la mano di Francesca.”

V. La vita è una ruota che gira.

Ogni tanto, a Cambrate di Sotto, quando alla statale viene il prurito di cambiarsi d’abito, arrivano gli omini arancioni che prima le grattano via il bitume vecchio e poi le rabberciano addosso un manto stradale nuovo con l’asfaltatrice. Due anni fa, aprirono un cantiere più grande del solito. Era per i fondi europei destinati al miglioramento della viabilità che il comune aveva deciso di mettersi in tasca. Abbatterono una decina d’alberi secolari, due case coi rispettivi giardini ed il semaforo. Al loro posto, fu costruita un’immensa rotatoria.
Ma non è per questo che a Cambrate di Sotto non c’è più la coda.
Lo svuotarsi della statale ha dato ancor più risalto allo stato d’assenza che attraversa il paese. Soltanto il 22 Novembre dell’anno scorso, quando un camion è sbandato mettendosi di traverso e travolgendo una fiat Panda, Cambrate di Sotto ha riacquistato per un attimo la fisionomia d’un tempo. La gente è scesa in strada e tutti avevano dipinto sul volto il tipico sorriso malinconico di chi ritrova tra i libri una vecchia coda d’infanzia. Anch’io sono uscita a camminare lungo la statale e ad annusare così forte l’odore dei tubi di scappamento che quasi mi scappava da ridere.
Per strada, capita che qualcuno chiami a voce alta un nome. Talvolta quel nome è Andrea. E quando quel nome è Andrea, io mi giro. Invece, quando nessuno chiede di me, inganno il tempo camminando fino alla rotonda. Mi diverto a dire a voce alta i nomi delle macchine che transitano sulla statale: dopo tanti anni siamo diventate amiche ed è più che normale che conosca i nomi di tutte le auto. Difatti, se chiamo una macchina mentre imbocca la rotonda, quella si gira.
A volte grido il nome così forte che, anche se è sbagliato, l’auto entra nella rotonda e si gira lo stesso.
Sono diventata talmente abile nel richiamare l’attenzione che ieri, quando ho provato per l’ennesima volta a dire “fosso” ad alta voce, il fosso si è girato. L’acqua è caduta giù, le raganelle saltabeccavano in cerchio terrorizzate e io mi sono inzuppata scarpe e collant fino al ginocchio; fortuna che portavo una gonna corta, gialla coi fiorellini blu. Il fosso è rimasto lì fisso, capovolto, come a guardarmi con fare interrogativo; sembrava scocciato per aver fatto la figura del fesso. Io ho sostenuto il suo sguardo senza però riuscire a spiccicare una parola. Allora il fosso ha dato una leggera scrollatina d’argini, quasi a dire “ma guarda tu, sta deficiente, mi chiama da una vita e non ha niente da dirmi… avevo ragione da vendere a non darle retta”. Dopodiché è tornato ad adagiarsi pacifico al margine del campo, mostrandomi il fondo melmoso e una decina di cozze preistoriche, grandi più d’un palmo. Probabilmente, contribuisce alla sua bucolica serenità la certezza che quello sia il suo posto.
Invece, per quanto io sia diventata esperta, se chiamo Matteo, lui spesso non si gira. Rimane immobile a specchiarsi nel vuoto, tanto imbottito di psicofarmaci che un rivolo di saliva gli cola lungo il mento. In strada i ragazzini lo sfottono e lo provocano tirandogli il ghiaino. Mio fratello resta impassibile e non reagisce neanche se lo colpiscono al volto, allora i ragazzini gli urlano “codardo!” e corrono via.
Se non piove, Matteo esce in giardino e cammina avanti indietro nel prato. I pisciacane lo guardano con diffidenza da quella volta che ne ha strappati un gran numero per poi mangiarli e stanno attenti a schivarne i passi. Si tengono alla larga fischiettando per mostrarsi più disinvolti e oscillano appena nel vento. Mio fratello può passare ore a guardare le impronte che ha lasciato nell’erba andando a zonzo.
“Perché continui a guardare le impronte? Non capisco…” – gli ho detto, tagliandogli la strada. Mi ha squadrato quasi mi vedesse per la prima volta, faticando a mettere a fuoco chi fossi. Ha farfugliato – “Non devi capire, devi lasciarti carpire”. Poi si è seduto in terra, ha ammiccato giallo imitando lo scuotersi leggero del pisciacane e si è raccolto le ginocchia al petto.
Sono andata dalla psichiatra di Matteo per chiederle di ridurgli un po’ le medicine. Dopo aver messo alla prova la mia determinazione con circa tre ore d’anticamera nel corridoio grigio aromatizzato al lysoform del distretto, la dottoressa s’è rassegnata a ricevermi. E’ una donna sui cinquant’anni, con gli occhi distanti: anche quando girava la testa nella mia direzione, guardava ai lati più che verso di me. Le ho spiegato che quando lo chiamo, Matteo non si volta. E che la cosa non era certo dovuta alla debolezza del mio richiamo visto che riesco addirittura a far girare il fosso!
La donna ha inarcato le sopracciglia e mi ha chiesto di spiegarle meglio cosa intendessi. E mentre parlavo gli occhi le migravano dal bordo della faccia verso il naso, finché alla fine mi puntavano diritti e convergenti.
“Lasciamo da parte Matteo per un attimo, Andrea. Dimmi qualcosa di te, invece. Cosa fai di solito? Lavori?”. La sedia cercava di disarcionarmi, ma io ho tenuto duro e ho risposto lo stesso. “Racconto storie. Storie d’amore.” “Dev’essere bello. E tu? Tu ne hai avute di storie d’amore, Andrea?” Stavo per rispondere, quando la sedia mi ha pizzicato il culo. Così mi sono alzata in piedi e la psichiatra ha ribadito la domanda, con quel suo tono finto-amichevole. “Una bella ragazza come te, avrà sicuramente tanti pretendenti, no?” – ha rincarato, ma mentre lo diceva arricciava il naso. Probabilmente non le piaceva il mio odore; in effetti non mi lavo spesso.
La piega presa dagli eventi era tutt’altro che rassicurante. Così ho pensato che era meglio non aprire bocca e sorridere dando a intendere di saperla lunga. La dottoressa ha proseguito nella sua manovra di accerchiamento. “Mi piacerebbe tanto sentire una delle tue storie, Andrea. Anche io, a volte, invento storie: sento una voce nella testa che mi parla, apro la bocca e le racconto.” L’ultima frase appesa all’amo sapeva d’esca lontano mille miglia. Ho sputato in terra e ho fatto un passo verso la porta. “Adesso devo andare “ – ho annunciato. “Aspetta, Andrea. Torni a trovarmi?” “Non credo. Non ho tempo. Devo raccontare le storie d’amore”. E detto fatto, sono sgusciata via nel corridoio. “Andrea! Aspetta, Andrea! Andrea!”. Ma io correvo. Oh, se correvo!
Certe primavere, a Cambriate di Sotto, le rondini non ritornano.
Certe primavere, a Cambriate di Sotto, le cose girano al contrario, tanto che gli operai arancioni percorrono a ritroso la statale fino all’inizio del paese e smontano il cartello di località sostituendolo con uno che dice “Cambriate di Sopra”.
Io sono Andrea e so che vivrò qui per sempre. A volte la gente chiama un nome a voce alta. E quando quel nome è Andrea, io mi giro, ma non sempre. Nulla è per sempre.
Ieri mio padre ha fatto la richiesta per mettere Matteo in comunità. Io ho protestato: “Va bene che Matteo è malato, ma è pur sempre tuo figlio e mio fratello!”. Ha scosso il capo – “La vita è una ruota che gira, Andrea. Oggi a lui. Domani a me. Dopodomani a te.”. Mossa dalla disperazione, mi sono precipitata da Matteo e gli urlato in faccia di tornare a vivere – “Non capisci?? Devi ridere! Tutto questo… tutto questo è perché non ridi! Fallo per me, ti prego… Ridi!” Niente.
Allora, anche se mio fratello è quasi venti centimetri più alto di me, con una spinta l’ho gettato a terra e gli sono saltata sopra. Matteo cercava di divincolarsi, ma i farmaci gli hanno afflosciato i muscoli e gonfiato la pancia. Così sono riuscita ad abbassargli sia i pantaloni che gli slip e ad accarezzargli la crosta nera infossata che segna l’area dove un tempo c’era la sua coda.
Nessuna risposta.
Ma io non sono una che si arrende, così ho insistito.
E insistito.
Finché qualcosa ha increspato le labbra di Matteo.
“Papà!!! Papà, corri! Forse Matteo ha sorriso!”
Mio padre è arrivato trascinando le ciabatte, continuando a bere a collo da una bottiglia di birra. “Lascia stare tuo fratello, Andrea.” “Ma non lo vedi? Guada bene la bocca! Non vedi un abbozzo di qualcosa?” – ho protestato, digrignando i denti. “Abbozzo… puah!” – ha gorgogliato mio padre, scolandosi un altro sorso. “Come puoi essere così insensibile!” – ho urlato di nuovo – “Un sorriso, per quanto abbozzato è pur sempre un sorriso!”. Mio padre mi ha dato le spalle, senza concedermi neanche un minimo di soddisfazione. Mentre si allontanava aveva lo stesso passo di Matteo, quando cammina avanti e indietro nel giardino. Dopo essersi infossato sul divano, dalla stanza attigua ha aggiunto – “E’ inutile ostinarsi, niente sarà mai come prima. Io sono cambiato. Matteo è cambiato. E anche tu, che lo voglia o meno sei cambiata, Andrea. Andiamo via da qui…”
Io ho stretto i pugni così forte che le unghie hanno trapassato i palmi da parte a parte e una voce in testa mi ha costretto ad abbaiare – “Non è vero! Non è vero! Io sono quella di sempre. Io resto!”
Poi ho chiamato a voce alta il mio nome, mi sono girata verso il resto e mi sono venuta incontro.

Questo racconto è presente nella raccolta di racconti di autori vari “Racconti presi nella rete”, liberamente scaricabile dalla biblioteca di Copylefteratura


(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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