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Raccontare genetiche

raccontare genetiche

(a Giovanni n.24/06/1940 m.08/04/2013)

– “Raccontami una storia, nonno.”
– “Eh, magari ci riuscissi. Neanche un monaco zen, educato al pensiero disossato, riuscirà mai a raccontartene una sola.”
– “Mmmm… sento puzza di fregatura, nonno. Non è che stai provando a rifilarmi l’ennesima sola?”
Ormai Giacomino è quasi un ragazzino e il dubbio somma incognite di terzo grado all’espressione del volto. Le labbra inarcano impalpabilmente gli angoli all’insù e un sorrisetto furbo si stende a riposare sulla pelle tenera, all’ombra d’una lanugine che ancora non è baffo. Il vecchio sospira.
– “Chissà… è che quando apro la bocca dico tante cose, molte più di quelle che riesco a immaginare.”
– “Beh, allora per me va bene lo stesso. Raccontamene quattro, o cinque o sei di storie!”
– “Già: sei storie.”
– “Insomma nonno, cos’hai oggi?”
– “Accontentati: non sai che cosa ho, ma sai che cosa siamo.”
– “Io sono Giacomo, e tu sei il nonno, bella scoperta…”
– “…”
– “Allora? Cosa c’è di bello in questa storia?”
– “In questa storia ce ne sono tante. C’è un dialogo nudo, un nipote che ascolta a bocca aperta, ma c’è anche un nonno che parla a bocca aperta, poi un monaco fallito, una persona sola che puzza, un…”
– “Non è vero. O per lo meno, non c’era fino a adesso.”
– “Sei sicuro Giacomino? Guardami.”
L’alito del nonno saluta la dentiera, prende sottobraccio il pannolone gonfio, giallo crespo e punta dritto agli occhi del nipote. Giacomino arriccia il naso.
– “Però non sei solo. Ci sono io qui, adesso.”
– “E’ vero, hai ragione. Diciamo una persona sola fino al prossimo adesso.”
Il ragazzino si gratta un orecchio: il nonno sembra malinconico. Ha il volto tumefatto, quasi viola e gli occhi velati dalla cataratta. La pelle è una tenda sottilissima, montata storta, dove le ossa spuntano qua e là per puntellare scampoli di vita.
– “Vuoi che chiami papà? Dev’essersi fermato giù dagli infermieri.”
– “Il tempo passa prima se parliamo d’altro.”
Un alone di tempo indugia qualche attimo sul vecchio, poi Giacomino batte cassa e si riscuote.
– “Ma non ce lo mettiamo un lupo in questa storia, nonno? Ci starebbe bene.”
– “E mettiamocelo, allora. Un lupo che conta. Un professionista che tiene i libri contabili, come tuo padre. Un lupo che sa fare bene i calcoli, che sa fare le operazioni alla cistifellea senza restare paralizzato come me. Sì, insomma un lupo che conta, dando il tempo a Cappuccetto Rosso di nascondersi, che allora il gioco della parti è assai più divertente, uno, due, tre, quattro… e poi grida “chi è fuori è fuori, chi è dentro e dentro”, pensando aaamm: pancia mia fatti capanna… che bocca grande che hai, è per raccontanti meglio, bambina mia. Ecco, sì sì, proprio così, qualcosa del genere: un lupo che racconta, che conta e che non finisce dimenticato da tutti in una casa di riposo in fondo al bosco!”
Il nonno è un fiume in piena. Il ragazzino vacilla, colpito in piena fronte da un proiettile di saliva.
– “Non ti arrabbiare, nonno.”
– “Non sono arrabbiato, sono vivo, o forse sono non morto. Purtroppo.”
Le parole rotolano giù dal letto, come un macigno staccatosi da un monte franoso.
– “Non dirlo neanche per scherzo, nonno” – protesta Giacomino – “non voglio che Dio ti faccia morire.”
– “Non nominare il nome di Dio invano. Quindi, non nominarlo mai. Eh, quanti non: sembra una di quelle sfavole dove non c’è nulla che non possa accadere, tipo, dove non c’è un rinoceronte che per andare in televisione fa una rino plastica e diventa un rinonc’èronte… o dove non c’è un gatto che si perde al polo e sente un freddo cane…”
– “Ehi, mi piacciono queste sfavole, nonno. Raccontamene ancora.”
– “Non ne so altre. Quindi non ti racconto la non storia del canguro che per stare a dieta salta la cena, né del noncerbiatto perché è partito per un lungo viaggio e nemmeno del lupo che si rimprovera di tutto e di più e all’inizio tutti lo ammirano per il grande spirito autocritico, ma poi a forza di sgridarsi non gli crede più nessuno…”
– “E poi? Raccontami come va a finire.”
– “Cosa?”
– “La storia, anzi, no… le storie.”
– “Le storie non hanno bisogno di finire: sono infinite.”
– “Uffa… lo sapevo che c’era la fregatura.”
– “Vabbè, non te la prendere, Giacomino. Tieni conto che è un controsenso sperare di tirare fuori qualcosa di buono, finché ci siamo dentro fino al collo.”
– “Non capisco se hai detto una cosa bella o brutta.”
– “Neanch’io. Però considerando che non ti chiedo nulla in cambio, sì, insomma, che è un regalo, per buona educazione dovresti mostrare un minimo di entusiasmo e dire che ti piace.”
– “Papà dice che non devo fidarmi, sopratutto quando ti offrono una cosa gratis.”
– “Forse papà avrà certamente ragione.”
Il ragazzino guarda il nonno perplesso.
– “E… la storia del lupo che racconta? Neanche quella finisce?”
– “Ah, Giacomino, chissà se un giorno capirai e se quel giorno sarà davvero l’inizio della fine.”
– “Pensavo, nonno… non sarebbe buffo se nella storia del lupo che conta, Cappuccetto Rosso facesse tana libera tutti?”
– “Mmmm… sì, sarebbe buffo. Non per il cacciatore, però, che di punto in bianco si ritroverebbe disoccupato. Eppoi la tana è del lupo, anche se non escludo che Cappuccetto Rosso possa ristrutturala e farne un bordello pieno di olgettine.”
– “Perché sei così triste, nonno?”
– “Non sono io che sono triste, è il lupo.”
Giacomino incassa la finta di corpo del vecchio, poi s’illumina.
– “E perché il lupo è triste, nonno?”
Il vecchio sospira, poi risponde.
– “Forse perché voleva diventare grande e invece è diventato commercialista.”
Un infermiere entra e appoggia il vassoio del pranzo sul letto.
– “Signor Luigi, come andiamo oggi?”
Senza rendersene conto, mentre si avvicina al letto, l’uomo dà una gomitata a Giacomino. Il nonno protesta.
– “Faccia un po’ di attenzione, Cristo santo!”
Il ragazzino, però, ci tiene a mostrarsi coraggioso e, seppure con gli occhi umidi, si affanna a dimostrare di non aver accusato il colpo.
– “Va tutto bene, nonno. Eh, facciamo che in queste non storie non ci sono neanch’io: così l’infermiere può non venirmi addosso.”
L’uomo si scusa.
– “O santo cielo, Luigi, non mi dica che ho preso contro a Giacomino.”
– “Esattamente.”
– “E dov’è adesso?”
Il vecchio indica l’aria alla destra dell’infermiere e l’uomo s’affretta a consolarla.
Più in alto, Dio si lecca un dito e gira pagina.



(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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