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Condominio

condominio banana

Notte.
Fanali, clacson, gas di scarico.
Carlo fila veloce verso casa, zigzagando in mezzo al traffico sulla sua Panda color rosso conto in banca. Vive da sei anni nel condominio grigio a forma di banana in fondo a via Girelli: un trilocale di sessantacinque metri quadri, acquistato con mutuo ventennale. Tre anni fa ha dovuto vendere il garage, avendo perso il posto di lavoro e da allora tira avanti con impieghi estemporanei, soprattutto scaffalando generi di consumo negli ipermercati.
Stasera è fortunato: c’è un posto libero vicino all’ingresso principale dello stabile. Carlo parcheggia e chiude premurosamente lo specchietto lato strada. Appena circumnavigata l’autovettura, la luce d’un lampione trasforma la fiancata dell’utilitaria in palcoscenico, al centro del quale si staglia una cacca secca di piccione, color caffè macchiato freddo. Incredibile… contravvenendo a tutte le leggi della fisica, parrebbe essere caduta descrivendo una traiettoria quasi orizzontale, appena concava in alto.
Attimi di silenzio.
Attimi di silenzio in cui la cacca continua a ghignare strafottente, provocando l’uomo. Carlo reagisce: si fruga nelle tasche, scova la tessera dell’autolavaggio e la impugna a mo’ di arma da taglio. Basta un fendente ben assestato e la risata muta in urlo belluino a sfumare, mentre la cacca precipita nel vuoto. AAAaaaaaaaaaaaaaaahhhhh…
L’uomo bolla l’interpretazione con una lapidaria stroncatura a denti stretti.

‒ Che recitazione di mmerda…

Calato il sipario, Carlo suona il campanello e sale al sesto piano. Entrando nell’appartamento, viene abbracciato dall’aroma di soffritto di cipolla e un po’ si riconcilia con il mondo. Bacio.

‒ Come va?
‒ Ti ho tenuto in caldo la cena, Andrea però l’ho messo a letto.
‒ Hai fatto bene.
‒ Voleva aspettarti per il bacio della buonanotte, ma l’ho convinto dicendo che prendevo dalla tasca uno di quelli che avevi lasciato apposta per lui: quando te lo chiederà, conferma, plìs.
‒ Vorrei ben dire! Sei fantastica.

Nuovo bacio. Luisa è una giornalista free-lance, ma sono alcuni mesi che con gli articoli piazzati riesce a mala pena a compensare le spese.
Si siedono a tavola: Carlo col piatto davanti, Luisa senza.

‒ Allora? Novità da Franco?
‒ Nessuna.
‒ Dici che è meglio se rich…

Buooonk!
Un tonfo sordo dal piano di sopra. Breve pausa, poi l’inferno: urla, schianti di sedie ribaltate, piatti infranti, ancora urla, pianto di donna e tonfi attutiti ripetuti.
Carlo sbuffa.

‒ Occazzo, di nuovo. Se anche stasera svegliano Andrea giuro che li denuncio.
‒ Figurati… cosa vuoi che gliene freghi d’una denuncia in più o in meno. Dovresti salire e dirgliene quattro.
‒ Ma sei scema??? Quello è un armadio di due metri per due. Ha le braccia a forma di colonne del palazzo di Cnosso: mi rovina.
‒ Vigliacco.
‒ Senti… hai più speranze tu con un bell’articolo di denuncia!

Luisa non ride. La donna del piano di sopra ulula acutissima. Ancora schianti e tonfi.

‒ Io chiamo la polizia.
‒ Lascia stare. Lo sai che è peggio… magari tra una mezz’oretta si calmano.

Luisa imbraccia la scopa e bussa contro il soffitto con il manico.

‒ Volete piantarla?! ‒ strepita rivolta al soffitto ‒ Lasciala in pace, stronzo!
‒ Luisa!

Carlo cerca invano di frenare l’irruenza frustrata della moglie, che grida con voce gracchiante d’impotenza.

‒ Avete rotto!! Razza di animale, lasciala stare!! Abbiamo già chiamato i carabinieri!
‒ Luisa parla piano!! C’e Andrea a letto… eppoi potrebbe sentirti!

Per tutta risposta, al piano superiore gli schianti di piatti si moltiplicano e alle grida stridule della donna s’aggrega la voce baritonale dell’uomo che spara una raffica di coloritissime bestemmie. Luisa s’imporpora, afferra Carlo per un braccio e lo trascina verso l’uscio.

‒ Adesso è davvero troppo. Vai.
‒ Chiamiamo i carabinieri…
‒ Non c’è tempo: vai!

Il marito esita. Squadra la moglie furiosa ed opta per il male minore: pianerottolo, scale, nuovo pianerottolo. Suona. Nulla. Suona ancora.
D’incanto, il trambusto oltre la porta s’interrompe e un gigante appare sulla soglia.

‒ Checcazzo vuoi?

Carlo esita. Cerca di sbirciare oltre le spalle del colosso sperando di intravedere la donna e di verificarne la relativa integrità fisica. Impossibile: le spalle dell’omone eclissano completamente la luce della porta. Carlo sospira, quindi balbetta con fermezza.

‒ Vi c-chiedo la cortesia si smettere. C’è un b-bambino che dorme, di sotto.

Il gigante per un attimo ci pensa su. Poi Carlo chiude la pausa di riflessione colpendogli brutalmente con il naso le nocche del pugno chiuso. La porta si richiude di botto. Eco nel pianerottolo, poi passi strascicati per le scale a scendere. Luisa è in trepida attesa.

‒ Allora? …O-oddio, ti s-sanguina il naso!
‒ Ma guarda che caso… baciati i gomiti se sono ancora tutto intero.
‒ Scusa se ho insistito. Però almeno hanno smess…

La donna non fa in tempo a completare la frase che il frastuono riprende.

‒ Hai visto se la donna è ferita?
‒ Non sono riuscito a vedere nulla.

Di sopra, vetri infranti,tonfi ed urla assortite. Carlo si siede, pigiandosi un fazzoletto sul naso.

‒ Chiamo i carabinieri
‒ Prima prendimi un po’ di ghiaccio in frigo.

Un quarto d’ora dopo, pian piano il trambusto si fa più erratico finché non cala un silenzio un po’ surreale. Carlo e Luisa eseguono un veloce sopralluogo in camera di Andrea: incredibilmente, il bimbo non si è svegliato.
Visto che il naso di Carlo ha smesso di sanguinare, decidono di andare a dormire.
Bagno. Denti, dentifricio alla menta, spazzolino, ptuff, plìn plìn e passano in camera da letto.
Carlo si sta sfilando i pantaloni quando d’un tratto, *SBRRROOOOOMMMKRRRR!*… dalla strada arriva un botto violentissimo. Luisa sbianca.

‒ Madonna santa! Checcazzo succede??
‒ Capodanno è passato da un pezzo… Ora guardo.

Apre la finestra: l’asfalto si specchia nel buio rendendo impossibile distinguere qualcosa dal sesto piano, ma dai piani inferiori arrivano grida di terrore. Carlo tende l’orecchio, poi si volge verso Luisa.

‒ Oddio, probabilmente un incidente… pare che ci sia qualcuno grave. Scendo giù a vedere. Controlla che il botto non abbia spaventato Andrea.

In fretta e furia, Carlo indossa il suo giaccone e scende in strada. Appena fuori dall’androne del condominio, l’attende uno spettacolo raccapricciante: un’auto semi-accartocciata, col tetto e il parabrezza spiaccicati. Microscopici frammenti di vetro e macchie di sangue sono disseminati nel raggio di parecchi metri… Lo shock è tale che Carlo per un attimo sragiona ed ipotizza che “magari non è sangue: magari è solo la vernice dell’auto che è schizzata via”. Sopra le lamiere, un corpo disarticolato. Arrivano altri condomini: la signorina Perotti del primo piano, il vecchio Alfio, Anderlini, la Spoladori e così via. Alfio chiede lumi.

‒ Quel porco l’ha buttata giù, vero? Bisognava far qualcosa prima, lo dicevo io.
‒ Non è lei. E’ lui. E’ lui che è… scivolato o si è buttato.
‒ Merda.
‒ Sempre detto, io, che i condomini a forma di banana sono scivolosi.
‒ Cazzate. Come fa ad essere scivolato!? E’ chiaro che si è buttato, poveretto.
‒ E’ morto?
‒ Tu che ne dici? Sembra esploso.
‒ Per me è ancora vivo.
‒ Che orrore…

Carlo piange lacrime di cristallo, circumnavigando l’auto, e come se non bastasse, il naso ha ripreso ha sanguinare. Nella tasca del giaccone recupera il telefonino. La signorina Perotti si sincera sullo stato di avanzamento dei soccorsi.

‒ Qualcuno ha già chiamato aiuto?
‒ Sì, ma non risponde, maledetto…
‒ Il centodiciotto? Com’è possibile?!
‒ No. Il mio carrozziere.



(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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