Il blog di www.copylefteratura.org

Home » Racconti brevi » Boa di parole

Boa di parole

sub boa pozzanghera


Nuotare non le fa bene: c’è troppo tempo per pensare, tra una bracciata e l’altra. Più volte immagina di muoversi al rallentatore, fin quasi a galleggiare immobile controcorrente. Ecco, sono una boa, pensa Francesca, proprio una boa: plastica inerte, corrosa dal cloro e dal sole. Non c’è più angoscia, nessuna angoscia, solo l’innocuo sciabordio dell’acqua contro un corpo morto.
Ciò nonostante, il moto sinuoso delle onde non riesce a camuffare del tutto il serpeggiare ipnotico della memoria, che pesca a strascico dalle profondità del male portando a galla associazioni d’idee viscose quanto tentacoli di piovre giganti, pronte ad avvitarsi attorno al collo di Francesca e a soffocare il mondo. Non avrebbe mai messo in relazione una boa con il cordone ombelicale, prima.
Ma adesso è dopo.
C’è sempre un prima e un dopo.
Prova a canticchiare mentalmente una canzone dei Giant Drag: la musica è miglior mezzo per battere il tempo. Poi, per fortuna, un uomo pelosissimo e stizzito per l’intralcio fermo in mezzo alla corsia, la sopravanza causando uno tsunami con la sola forza della battuta di gambe. Mi ha fatto bere, pensa Francesca senza riuscire a sorridere, ma non sono ubriaca: che fregatura. Non che quella delle gambe sia una battuta migliore…
Nello spogliatoio, strofina troppo a lungo l’asciugamano sui capelli.
Sulla panchina alla sua destra, una mamma sta vestendo un bimbo che avrà sì e no tre anni.
– Mamma, cosa sono? – pigola con voce da cartone animato mentre indica le palline di plastica ammucchiate in un distributore automatico di shampoo e balsamo.
La mamma risponde continuando a vestire il figlio.
– Sono palline di plastica ammucchiate in un distributore automatico di shampoo e balsamo.
Il bambino studia le labbra della mamma e assorbe il suono meraviglioso delle parole in cui magicamente sta racchiuso il senso dell’universo colorato oltre il vetro della macchinetta. Spalanca gli occhi per far meglio colare all’interno le tonalità fosforescenti dei liquidi nelle bustine trasparenti e torna alla carica cambiando strategia.
– A cosa serve?
– A prendere lo shampoo e il balsamo.
La donna ripone slip, asciugamano e accappatoio nella borsa e lascia libero il bambino che con un solo balzo si stampa addosso al distributore automatico. Appoggia entrambe le manine al vetro e flette più volte le dita minuscole quasi potesse afferrare col pensiero le palline farcite di sorprese iridescenti. Il vetro è particolarmente freddo e liscio.
– Mamma… posso prenderne una?
– Ci vuole il soldino.
Il bambino guarda Francesca in cerca di comprensione, come a dire, lo so anch’io che ci vuole il soldino, ma la domanda resta la stessa, no? Francesca non può che sorridergli di rimando con tutta la dolcezza del mondo, tanto che il bimbo riprende coraggio.
– Mamma… posso prenderne una, con il soldino?
– No. Le palline sono per chi ha dimenticato a casa lo shampoo. Noi ce l’abbiamo.
Visibilmente deluso, il bimbo lascia che la mamma finisca di ricomporre la sacca da nuoto senza smettere di fissare la macchinetta piena di palline. Quando ormai la donna sta per trascinarlo via, s’illumina d’immenso.
– Mamma! La prossima volta dimentichiamo lo shampoo, così prendiamo la pallina!
Risate divertite nello spogliatoio. Il bambino si specchia serio serio nell’ilarità degli adulti senza riuscire a capirne il senso. Solo Francesca non ride e il bimbo indugia con lo sguardo su di lei. Il siparietto è interrotto d’improvviso dalla madre che strattona via il figlio oltre la porta.
– Piantala di dire stupidaggini, Kevin, e muoviti che siamo in ritardo…
Le voci sfumano.
Quando ha finito di rivestirsi, Francesca esce dalla piscina e si dirige verso la sua auto, ma invece di fermarsi passa oltre. E’ una rigida mattina di fine dicembre: una spruzzata di brina sull’asfalto e neanche l’ombra di polveri sottili nell’aria pungente che sa d’alta montagna. Lascia il parcheggio e s’incammina lungo la banchina priva di marciapiede di Via dello Sport. All’orizzonte, oltre una lunga fila di palazzi appuntiti, le cime già innevate delle Alpi ostentano un bianco logoro, quasi ospedaliero. Di riflesso, anche le lacrime ostentano a venire, ibernate nel ventre degli occhi prima ancora di poter essere partorite.
Francesca cammina per alcune centinaia di metri, fino a raggiungere l’immissione nella statale. Per qualche attimo osserva le auto colorate sfrecciare lungo il nastro nero di bitume e immagina di essere la protagonista di un racconto. Poi, con candore infantile, attraversa la statale dimenticandosi di guardare a destra e a manca. Un suv la manca per pochi centimetri e Francesca torna incolume verso la sua auto, scortata dalla gragnola di vaffanculo punteggiati da saliva schiumosa catapultati dal conducente del fuoristrada oltre il finestrino abbassato. La donna, però, quasi non li sente, assorta nel pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se non avesse guardato a manca, ma a sinistra.
Dopo essersi seduta in macchina, si domanda se la realtà non possa essere un’allucinazione creata dalla mancanza di fantasia. O dalla sovrabbondanza di parole. L’essenza della domanda le appare d’un tratto così sinistra che rinuncia a rispondersi.




(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

Annunci