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Punto di non ripristino

foto barca arenata


Il giorno in cui mio figlio morì, eravamo al mare. Andrea, mio marito, si era messo a sedere comodo per contemplare una nave spiaggiata con la poppa in bella vista: aveva sempre avuto un’ossessione per le poppe nude. I figli giocavano arrampicandosi sul relitto, inclinato di 45 gradi sul fianco sinistro. All’inizio, l’odore di pesce marcio esalato dall’acqua melmosa ci aveva stordito, ma un po’ alla volta si era dissolto o forse i nostri nasi erano caduti in una sorta di stato stuporoso. Ricordo il silenzio innaturale, cullato dallo sciabordio delle onde contro le imbarcazioni abbandonate, e lo scricchiolio dei nostri passi sul bagnasciuga fatto di ciottoli scuri, plastica, alghe e rametti. A tratti, grida stridule di gabbiani sparivano nello scirocco tiepido.
‒ “Faccio una foto, prima che cali il sole” ‒ dissi mentre mi allontanavo.
Lucia aveva dodici anni. E’ quella con la maglietta azzurra, che osserva i fratelli dal basso. Carlo, quindici anni, è quello più in alto di tutti, sull’orlo di una botola. Giacomo, l’altro che si arrampica cercando di imitare il fratello, aveva solo sette anni.
Click.
Le viscere della nave grugnirono, lo scafo oscillò di qualche grado e Carlo cadde.
Ho pianto sopra questa foto tutto il resto della vita, all’inizio insieme a Andrea, poi, quando ci siamo separati, da sola. E’ il modo più efficace che conosca per farmi del male. Ne ho bisogno perché non ho altra via di scampo: Giacomo e Lucia mi obbligano a sopravvivere. Penso alla foto come a un punto di ripristino, una di quelle funzioni che consentono di riattivare i computer danneggiati. Mi figuro che basti pochissimo, un click sul file giusto, due passi in meno nell’allontanarmi, una raccomandazione in più per poter tornare indietro e ripartire. E più sento la vita di Carlo a portata di mano, più il dolore è perfetto.



(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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