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Riflessioni su “Her”, il film di Spike Jonze

Portret of screaming woman

url di Munch

Ho letto di recente questa bella recensione di Antonio Sofia su “Her” il film di Spike Jonze e mi sono sovvenute alcune riflessioni.
“Ho voglia di spaccare la faccia a te e a quello schifo d’esistenza inutile che mi hai propinato per due ore”, scrive Antonio Sofia rivolgendosi a Theodore, il co-protagonista del film, a margine di un guidizio complessivo sul film che somiglia molto ad un’impietosa stroncatura. Eppure, mi dico, se il film è stato in grado di evocare emozioni tanto forti nello spettatore, per contro, non devo allora considerarlo un film particolarmente riuscito?
: ))
Scrive ancora, Antonio Sofia, di aver provato il desiderio di “andarsene altrove” nelle due ore in cui Spike Jonze gli ha “propinato l’esistenza inutile di Theodore”. Come non dargli ragione?
Peraltro, durante la visione del film, anch’io mettevo in pratica tale pulsione e me ne andavo “altrove” con la mente, pensando (dall’alto della mia nutrita “cultura” filmografica fantascientifica) a come cambiano i tempi e la nostra disposizione d’animo verso l’intelligenza artificiale (andando da Hal900 di “2001: Odissea nello spazio”, al piccolo David di “AI”, fino a Samantha di “Her”). A ruota, in un ribaltamento di ruoli inquietante, mi sono domandato quanto fossi disumano io a non lasciarmi coinvolgere empaticamente dalla storia d’amore proiettata sul grande schermo e quanto invece fosse umana Samantha ed “evoluto” (“involuto”?) Theodore. Per questo, in fondo, non vedo “truffa e autocompiacimento” nel film poiché il senso filosofico del tutto resta drammaticamente irrisolto e sempre per questo sono uscito dal cinema disturbato/spiazzato/rimuginante come non mai (cosa che nel mio metro di giudizio va a braccetto con *ottimo film*). Nel corridoio del multisala ho guardato con sospetto il distributore automatico di bibite che ancheggiava sensualmente e un attimo dopo la mano s’è attivata da sola mossa da un riflesso condizionato e ha riacceso lo smatphone. Poi, mentre correvo seduto verso casa a 60 chilometri orari nella mia auto, ho continuato a pensare che quando due cose convergono consensualmente entrambe si muovono e che allora in parallelo all’evoluzione dei computer è probabile che si compia una involuzione (o forse più correttamente una “devoluzione”) degli esseri umani. Ho continuato a pensare che non ero più tanto sicuro di quanto fosse il computer a venirmi incontro (eiaculandomi addosso cristalli liquidi lattescenti), di quanto fossi io ad andargli incontro, di quanto il suo moto fosse un innalzarsi e/o il mio un abbassarsi, e se in questo gioco di su e giù su e giù su e giù non fosse poi racchiuso tutto l’erotismo trasgressivo (contronatura?) di “Her”. Ho continuato a pensare che la tecnologia è stata creata dalle nostre menti per semplificare le attività quotidiane, lavorative e non, in modo che le potessimo svolgerle più agevolmente e quindi più in fretta così da *recuperare* tempo, ovvero avere più tempo libero a nostra disposizione, mentre per contro negli ultimi decenni la tecnologia ha assunto una funzione opposta, quella di attività mangia-tempo, mangia-socialità e mangia-mangia (la tecnologia è autofagica). Ho continuato a pensare che sapevo ancora pensare ma lo smartphone ha iniziato a trillare e meno male che l’auto ha il blue-tooth così ho risposto a una serie di messaggi vocali e poi quando sono tornato in me volevo ancora continuare a pensare ma avevo smarrito il filo del ragionamento…

 

(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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