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Visita al Grande Crono

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Visita al Grande Crono
Sottotitolo esplicativo: il tempo nella letteratura

Scansando a muso duro un inserviente, Valente penetra nell’edificio e punta dritto verso i piani alti. La tromba delle scale annuncia mugolante il suo venire avanti. Con passo cadenzato e circolare, l’uomo s’avvia lungo le spire della scalinata, che svirgola di sponda contro i muri ad ogni quarto di voluta. Giunto all’ottava rampa, s’appiglia al corrimano e il dondolio della ringhiera inizia a propinare lievi retro-impulsi al polso destro, che eccita le leve delle braccia trasformando i capogiri rotatori in moto alternativo.
Vertigine.
L’avvolgimento ipnotico di giro in giro incanta l’uomo, che in preda a vivide allucinazioni vede passare il tempo. Per buona educazione, lo saluta.

– “Buongiorno.”
– “Buonanotte.”

Lo scarto temporale tuona minaccioso: che stia cambiando il tempo? Probabile che piova, ma ciò che più preoccupa Valente è l’impressione di impiegare un’ora tonda per salire un piano. Andando così piano, ce la farà a arrivare all’ultimo? Mmmm… qualcosa non torna: che siano i bei tempi andati? Prima che diventi troppo tardi, insegue il tempo a ritroso, rimuginando su come ogni oscillazione pendolare delle gambe ridefinisca passo passo il suo rapporto con lo spazio, e, conseguentemente, con il tempo.

– “Hei, galantuomo, aspetti…”
– “Dica.”
– “Ci conosciamo? Magari da bambini giocavamo insieme.”
– “Non credo. Quelli a cui fa riferimento probabilmente erano altri tempi.”
– “Capisco. Pioverà?”
– “Forse. Anche ieri pomeriggio è piovuto tutto il tempo.”
– “Ehi… mi sta prendendo in giro? Non racconti balle.”
– “Io momento d’inerzia… D’altro canto, proprio variando il momento d’inerzia della spirale del bilanciere, si regola il ritmo di marcia di un orologio.”
– “Oh…”
– “Ora è tempo ch’io vada.”

E detto fatto, il gentiluomo si getta nella tromba delle scale e vola via. Valente, invece, sale e sale ancora, giungendo in cima all’imbrunire, cotto e salmistrato. Ciò nondimeno non desiste e lasciandosi indicare la direzione dalla freccia del tempo supera interminabili corridoi, saloni dai soffitti altissimi e sfilze di uffici contabili, ognuno dei quali sbandiera sull’uscio la massima “il tempo è denaro”. Le ciclopiche dimensioni dell’edificio finiscono per farlo sentire sempre più minuto: soltanto l’eco dei suoi tacchi a sperdersi nel nulla.
Un piccolo tic gli arruffa il sopracciglio destro.
Cammina cammina, il tempo sembra non passare mai, così Valente decide di aspettarlo al varco coniugandolo al trapassato remoto: rivanga bucolici ricordi d’infanzia condivisi con l’amico poi trasfiguratosi nel Grande Crono, sperando di rinvigorire una certa complicità confidenziale. Chissà se anche Alessandro ricorda con nostalgia le spiagge della Colchide, il profumo di nutella, il torpido ronfare dei letargonauti…
Tanto è assorto nelle proprie rimembranze, che l’uomo varca la soglia della stanza reale scambiandola per l’ennesima illusione ottica.
Assiso fluente sul Divino Scranno posto oltre il terzo livello d’oro, il Grande Crono pare fluire colliquando nella riuscita parodia degli orologi molli di Dalì.
Qualche secondo dopo, mentre il ritorno elastico della coscienza lo catapulta da lì a qui, Valente scatta a molla d’acciaio e riverisce da lontano, il capo chino e dubbio. Attende: davvero Egli è la medesima persona con cui un tempo condivise pane, burro e allibratori dagli zoccoli di bronzo?

– “Mmmm… mai spartito pane e burro con un Tempo, caro Valente…”
– “Alessandro… quanto tempo! Ma… mi leggi nel pensiero?”
– “Oh, a tempo perso. Tac. Piuttosto, dimmi, come posso essertic utile?”
– “Eh, eh, il tempo stringe? Non possiamo prima raccontarci un poco… con più calma?”
– “E’ che mi dipano in questo esiguo lasso, amico mio. Lasso di Tempo, intendo, tic. Di più non m’è concesso: la Connessione Eucronia è un bene estemporaneo impersonale. Tac.”
– “Capisco, beh… allora vengo al dunque. Come saprai, io faccio lo scrittore…”
– “Già: Valente scrittore, invero. Tac. O almeno credi di esserlo. Se invece tu sia qualcun altro… chi lo sa. Tic.”

Il Grande Crono ghigna. Valente vacilla. Setaccia le tasche alla ricerca d’un fazzoletto, senza trovarlo, così pulisce sul gilet le dita sporche di marmellata.

– “Alessandro, ecco… io… io vorrei sapere…”

Si blocca, in chiara soggezione: l’enormità del distacco cronometrico ridicolizza l’entità del suo legame col vecchio amico d’infanzia. Il Grande Crono ride coi peli della pancia. Alcuni istanti. Poi si quieta.

– “Su, avantic… cos’è che tanto ti cruccia nella vitac?”

Valente temporeggia, schiacciato dal peso degli anni. Deglutisce, ma il bolo pindarico del fallimento non è un boccone facile da digerire. Non resta che sognare una rivincita, lasciarsi lusingare dal miraggio di un futuro migliore e misurarsi con la realtà solo a parole. Oppure smarrirsi nel particolare, nell’infinitamente piccolo fino a perdere il senso della misura. Il Grande Crono richiama all’ordine il suo interlocutore.

– “Invece di smembrartic in frazioni di secondo, perché non cerchi un’unitàc di tempo.”
– “A che mi servirebbe?”
– “A misurare il miraggio, altrimentic non potrai calcolare né la mi-circonferenza né l’area della rispostac che cerchi.”

Valente vorrebbe replicare, ma l’articolazione temporo-mandibolare s’inceppa e l’uomo resta a bocca aperta. Così il Grande Crono completa la domanda al posto suo.

– “Allora, Valente, tic, tu volevi sapere quale segno lascerai nel mondo, tac, nel tempo…”

Stana dispercezione l’essere parlato. Valente non può fare altro che annuire. Il Grande Crono, confortato dall’avere indovinato, passa velocemente a dare la risposta.

– “Ossa. Ossa e denti più che altro, tic. I tempi di decomposizione di tali tessuti raggiungono spesso alcune migliaia d’anni terrestri, tac.”

Valente è leggermente indispettito: possibile che il Grande Crono gli abbia tanto agilmente letto nel pensiero e poi travisi il senso della sua domanda?

– “Ti prego… non prendermi ancora in giro. Sai bene cosa intendo: intendo un segno duraturo del mio agire… un’impronta della mia vita impressa nella materia. Una realtà che esista solo ed esclusivamente per una mia interazione *creativa* col mondo! Che esista e r’esista al tempo!”

Il Grande Crono sospira.

– “A quanto lo puntiamo?”
– “Puntiamo che?”
– “Lo scandaglio tic. La fase di rilievo temporale che vogliamo esaminare, tac, sul grande schermo-parietale.”
– “Ah… cinquanta, anzi no, cento: tra cento anni.”
– “Prontic: ricerca patitac…”

L’aria s’increspa in cerchi concentrici. Valente sente gli occhi bagnarsi di lacrime e fatica a mettere a fuoco l’immagine. Nausea crescente. Il Grande Crono sospira ancora e tacque.

– “Alessandro… mi sento male.”
– “E’ più che normale.”
– “Eppoi perché a corpo testo tic taci nel remoto?”
– “Shhht…”

Valente ebbe inanellato perline di sudore lungo le righe della fronte. Il Grande Crono avrà inserito i dati nominomolecolari, orientò la sonda a cristalli liquidi e ha attivato la ricerca.
Plonf.
Lo scrittore pareva arrovellarsi nell’attesa: chissà in quali librerie la sonda abbia scovato ancora copie circolanti della sua Ode al Pensiero? E i suoi romanzi? I suoi saggi sul linguaggio invisibile?
Ieri fremerà già tutto, solo all’idea.

Ronzio.
Rollio.
Ronzio liquido.

La ricerca pare essere infruttuosa.

E invece *ding*, d’incanto dopo un po’ lo schermo al plasma si coagula su un campo: è un campo di grano che dirvi non so, con qualche papavero, contiguo ad una strada statale.
Un campo?
Dev’esserci un errore.
Zoom in, zoom in, zoom in…
Niente, nulla di più, soltanto un campo.

Il Grande Crono chiosa.

– “Sì, sarà un errore.”

Poi spegne un po’ a disagio il maxi-schermo.
Valente si congeda in pavido silenzio, senza incrociare gli occhi, quasi arresi.

*

Uscito dal palazzo a notte fonda, l’uomo rabbrividisce e sale in macchina. Fermenta.
Ha mal di testa e l’alito pesante: probabilmente il pesce fritto che ha mangiato a pranzo.
S’aggiusta lo schienale, esplora il vano portaoggetti e prende un ciùingam alla menta.
Rumina.
Qualche chilometro più oltre, un semaforo lo addita tutto rosso, dritto in faccia: Valente avverte che ormai anche la segnaletica stradale l’irride.
Eppure… eppure le sue opere stampate con varie case editrici minori hanno tirato quasi ventimila copie. E’ stato ospite d’onore in molte sale virtuali, più di un critico l’ha additato come il “nuovo che avanza”.
Ma infine, cosa avanza?

Bah. All’improvviso la vita pare perdere mordente e farsi futile rincorsa verso il nulla. Anche la gomma alla menta ha ormai speso tutto il suo sapore.

Valente abbassa finestrino e la proietta fuori.
Il ciùingam descrive una perfetta parabola arcuata, finendo in un campo di grano contiguo alla statale.

 

(nota tecnica: il tempo medio di biodegradazione d’un ciuingam è 150 anni)

 

(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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