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Cerchio

euro vitruviano

– Stanotte ho sognato il mare: ero nuda in spiaggia e tu tracciavi un cerchio nella sabbia, tutt’intorno.
– Davvero?
– Davvero. Ma non avevo capito subito di essere io al centro, così ti ho chiesto: cosa cerchi?
– E…
– E tu hai fatto il tuo classico sorriso semiserio, quello di quando trovi un doppio senso… e mi hai risposto: “te”.
Lo sguardo di lei fissa un punto all’infinito, oltre il soffitto. L’uomo puntella il torace su un gomito e si volta per guardare negli occhi la donna. Il letto cigola per un attimo, poi tace.
– Sei triste?
– Sono stanca. Vuota.
La donna si alza. Studia la propria immagine nella specchiera del comò. Il sogno si sbaglia – riflette – il cerchio ce l’ho, ma disegnato intorno agli occhi.
– Dovresti rifiutarti di fare 10 ore al giorno, non sei una schiava – protesta l’uomo.
– Sei sicuro? …ormai siamo tutti schiavi anche se non ce ne rendiamo conto.
L’iPhone dell’uomo pigola un messaggio. Una frazione di secondo dopo cinguetta pure quello della donna. Nella mente di lui prende corpo l’immagine dei pappagalli di sua madre, nella gabbietta giù in taverna. E’ un ricordo così distante da sembrare parte di un’altra vita..
– Che pensi? – chiede la donna accarezzando il touchscreen.
– Che secondo me dovreste scioperare a oltranza.
– Bella cazzata: così il giorno dopo siamo a spasso. Sai quanti disoccupati ci sono in giro? Ci metterebbero un secondo a rimpiazzarci tutti.
– E allora? Meglio viva in mezzo ad una strada che morta come quello della settimana scorsa… o senza un braccio come la tipa del mese scorso.
– A volte penso che siamo già morti… quindi non fa più differenza.
– Allora tanto vale suicidarsi come Andrea – stizzisce la voce maschile.
Pausa.
Silenzio.
L’uomo si morde la lingua, poi riprende, con tono più ovattato.
– Scusa… è che penso… è che mi dico… di questo passo vi obbligheranno a saltare in un cerchio di fuoco, come animali ammaestrati. Dovresti andare dai carabinieri e raccontare quello che succede là dentro. La gente… l’opinione pubblica deve sapere quello che succede in FCA. Non credi che sarebbe meglio?
La donna non risponde. Gira la domanda all’immagine riflessa nello specchio e attende.
– Allora? – insiste l’uomo – Mi preoccupo per te, non lo capisci?
Niente.
Altra pausa.
Accompagnata da un gesticolare più nervoso, la voce maschile riprende enfasi e calore.
– Occazzo! Ma allora se tanto sei convinta che non c’è alternativa, perché continui a raccontarmi le cose? Per farmi star peggio? E’… è come una tortura… …è terribile vederti soffrire e non poter far nulla.
La donna sospira. Vorrebbe mettere insieme i puntini: i creditori internazionali, l’austerità, le bolle finanziarie, il debito privato, la disoccupazione alle stelle, la distruzione della domanda interna, la svalutazione del lavoro, il “fate presto!”, le privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale… Vorrebbe mettere insieme i puntini e giocare al cosa apparirà, come quando disseppellisci una vecchia settimana enigmistica dal portariviste accanto al water. Allora forse, unendo i dati con un filo logico, apparirebbe la forma geometrica di un cerchio. Un cerchio con dentro l’uomo Vitruviano di Leonardo.
Già, vorrebbe… ma non è in grado perché la fiction trasmessa a reti unificate dai media ha sostituito la realtà dei fatti. E d’altro canto, la corruzione e il debito pubblico colpiscono l’immaginario collettivo in modo assai più efficace della matematica e degli studi macroeconomici.
L’uomo fraintende il silenzio della donna, interpretandolo come un segno di superiorità o comunque di scarsa fiducia nei suoi confronti. E più i secondi passano senza che la voce di lei giunga ad allentare la tensione, più la pressione interna aumenta.
– Ok, se non vuoi parlarne mi adeguo! – sbotta stizzito – ma allora… allora la prossima volta che ti fanno lavorare oltre la velocità massima della linea e che per starci dietro ti forzano a non rispettare gli standard di sicurezza, non me lo venire a dire, ok?!! Non lo voglio sapere, punto! E… e quando ripari uno stampo senza tirarlo giù dalla pressa non mi raccontare che non ti danno il tempo di mettere quattro puntelli, che ne sistemi solo uno o due e poi preghi che non succeda niente. Perché io mica posso vivere continuamente con l’incubo che arrivi una telefonata che sei in ospedale o peggio!! …ma vuoi deciderti a dire qualcosa, cazzo!!
– Hai ragione, scusa.
La conflittualità collassa come un soufflè che esce dal forno.
La donna si porta le mani alle tempie ed esegue un lento massaggio circolare: ha dormito male. Forse per questo, nonostante sia mattina presto, la cefalea già inizia a morderle il cervello. Esce dalla camera senza voltarsi. L’uomo non può vedere che la guancia sinistra è appena rigata da una lacrima.
Cammina lungo il breve corridoio che conduce alla cucina.
Vertigine.
Quasi cadesse preda di un’allucinazione, nell’atto di varcare la soglia della cucina, si ritrova in camera da letto. Si ferma sulla porta, disorientata. Si guarda intorno: sul letto in ferro battuto il piumone azzurro evoca il fermo immagine d’una mareggiata, un uomo in mutande siede sul limitare della battigia, un paio di pantaloni blu giacciono riversi sul pavimento, privi di vita, c’è odore di chiuso e una collana etnica in terracotta smaltata serpeggia al margine del comodino.
Percorre un’altra volta il corridoio e nell’atto di varcare la soglia della cucina si ritrova di nuovo in camera da letto.
Poi, lentamente, ecco affiorare l’unica spiegazione possibile: mi sono persa… sto camminando in cerchio.
La luce che filtra nelle fessure tra gli scuri traccia arabeschi di polvere degni d’un quadro di Van Gogh.
D’istinto porta di nuovo la mano alla fronte, prendendo consapevolezza dell’ambiguità delle parole e delle cose: magari, il dolore che mi martella le tempie non è una vera e propria cefalea… magari è più che altro un cerchio alla testa.
Torna ad affacciarsi sul breve corridoio. Esamina le pareti: in effetti, nella penombra, sembra di intuire una lieve curvatura dei muri. Aggrotta la fronte mentre coi polpastrelli, sfiora la superficie dura e fredda dell’intonaco.
Proprio in quel momento, l’iPhone della donna pigola un messaggio. Una frazione di secondo dopo cinguetta anche quello dell’uomo.

(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

il racconto nasce su spunto del contest di scrittura creativa Raynor’s Hall

 

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