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La falla

 

melma e cassetta

Sbrighiamoci a cambiare il mondo:
tra poco inizia la finale di Champions
Marco Tullio Cicerone

La falla.

– Che stai facendo!? – grido da lontano.
– Non vedi?
– Occazzo, sei impazzito o che???!
Marco non risponde. E’ in fondo all’orto e continua a mulinare le braccia, in precario equilibrio su una cassetta da frutta mezza sfasciata. La scena è piuttosto surreale. Per un attimo m’incanto a guardare lo stacco troppo netto tra cassetta e terra nuda: legno bianco, fango scuro… sembra un fotomontaggio mal riuscito al photoshop. M’incammino verso di lui.
– Dai, Marco… torniamo in casa, sei pure scalzo!
E’ piovuto per tre giorni di fila e la terra è così gonfia d’acqua che ogni passo è come un sasso tirato nello stagno. Plònf, plònf plònf… Sciabatto leggiadro cercando un guado nella melma e immagino i cerchi concentrici spandersi attorno ai miei piedi.
– Marco? – chiamo con più dolcezza, toccandogli un braccio.
– Non lo so davvero.
– Cosa?
– Chi ami con più dolcezza… – sibila scandendo la frase, senza sorridere, per poi sbottare all’improvviso – e per favore, cavati da davanti: fermi l’aria!
Mi sposto di lato, interdetto. Marco ha perso una figlia, l’anno scorso, ma non sarebbe contento che io stia qui a spiattellare tutta la sua storia, quindi non la racconto.
– Ok, ecco, mi sono spostato. Adesso vuoi dirmi cosa diavolo stai facendo?
– Sto cambiando il mondo.
Pausa.
Un misto d’ansia e confusione mi morde la gola. Infilo una mano in tasca, deciso a impugnare il cellulare e puntarmelo alla tempia per chiamare Anna, invece il conforto tattile dell’iPhone è sufficiente per spingermi a posticipare la richiesta di aiuto. Studio lo sguardo di Marco, un po’ sfocato: punta lontano, oltre l’orizzonte nascosto dal fienile della casa dei vicini.
– E… e come pensi di fare?
– Cosa?
Oddio… sospiro sconsolato. La scena è tanto ridicola quanto drammatica: uno squilibrato cerca di spiccare il volo usando come piedistallo una cassetta da frutta e il suo amico cretino è uscito in pigiama e ciabatte in mezzo al fango, avvolto da un plaid rosa di Hello Kitty, nel vano tentativo di ricondurlo alla ragione.
Sulla statale, duecento metri in linea d’aria, un camion con rimorchio sferraglia cupo.
– Intendo, come pensi di fare a cambiare il mondo?
– Oh, beh, se può riuscirci una farfalla!
– A farfare… a fare che? – farfuglio.
– A cambiare il mondo!
Niente. Non riesco a riannodare i fili del discorso e del ragionamento: Marco sembra essere andato fuori di testa e io sono totalmente inadeguato a fronteggiare la situazione. Passo in rassegna tutte le frasi di circostanza che conosco, le smonto e le rimonto fino a ottenerne una che pare adatta all’occasione: magari riderci su farà bene a tutti e due.
– In effetti, come dice il proverbio – improvviso a ruota libera – se sogni di cambiare il mondo, non devi essere un tipo sveglio… Eh, eh… capito il doppio senso, eh? Tonto, sveglio, …
Marco si volta verso di me, guardandomi in faccia per la prima volta, senza però smettere di mulinare le braccia.
– Piantala di sparare cazzate.
– E allora tu piantala di fare il pazzo! – stizzisco d’istinto, per poi mordermi la lingua.
– Se un battito d’ali di farfalla può scatenare un uragano all’altro capo del mondo, io sono molto più grande e posso muovere le braccia molto in fretta. Guarda!
– Lo vedo, Marco, ma…
– E’ inutile aspettare che le cose cambino. Per cambiare il mondo devi darti da fare in prima persona. Volere è potere. Volere è potere! – ansima – Tu! Tu, cosa fai per cambiare il mondo, eh? Io almeno ci provo: io posso imitare perfettamente una farfalla! E… e quando c’è la prova provata, una cosa è vera… anche gli scienziati lo dicono!
Rimango in silenzio.
Non appena mi è chiaro che non serviranno a nulla, il mio cervello inizia a inventare battute su battute a sproposito. Attraverso la falla aperta nel senso logico, affondano ogni altro pensiero e affogano qualsiasi tentativo di replica: “sognavo di cambiare il mondo, ma quando mi sono svegliato era già lunedì”, “per realizzare il sogno di cambiare il mondo, devi dare in cambio il sogno” e ancora “non riesco a cambiare il mondo: dev’essersi rotto il telecomando”…
Con un gesto stizzito della mano scaccio l’accavallarsi di idee importune quanto uno sciame di mosconi.
– Marco…
Inizia a cadere una pioggia fine.
– Marco vieni via, non hai letto? Lo dice anche la pioggia: siamo alla fine.
Prima della conclusione del racconto, riesco a farlo scendere dalla cassetta. E’ tutto sudato e puzza come un animale in gabbia. Lo prendo sottobraccio e uso il plaid di Hello Kitty per avvolgere entrambi.
Ci avviamo verso casa sotto la pioggia. Sebbene le gocce siano così impalpabili da bagnare a stento i vestiti, la situazione è talmente penosa che mi sento l’acqua alla gola.
Sulla statale, duecento metri in linea d’aria, il rombo cupo d’una moto di grossa cilindrata. Probabilmente un’Honda.

(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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