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La discarica delle speranze rotte

discarica speranze rotte

La discarica delle speranze rotte

1. L’arrivo.

Il cumulo d’illusioni specchiava giochi di luce iridescenti nel sole abulico d’un Aprile qualunque. Per una peculiare interferenza sinestesica, il caleidoscopio di colori era tanto affascinante da coprire il tanfo di putredine che ristagnava tutt’intorno. Insieme all’ispettore finanziario, sostai davanti alla discarica per qualche attimo, stordito dagli echi abbacinanti del miraggio: speranze rotte, chimere accartocciate, lamiere di sogni, attese in avanzato stato di decomposizione, auspici arrugginiti… milioni di miliardi di astrazioni consistenti, una montagna che quasi pareva toccare il cielo con un dito.
– Qualcosa non ha funzionato come doveva, nella raccolta differenziata – mi azzardai a commentare, parlando a bocca aperta.
– In che senso dottore? – chiese l’ispettore senza staccare gli occhi dal tablet.
– Beh… voglio dire… un’attesa non è una chimera e non è lecito riciclarle nello stesso modo. Spero che si tratti di casi isolati e che il sistema si renda conto che ciò potrebbe avere ricadute molto negative sulla salute psicofisica della popolazione.
L’ispettore sorrise in modo ambiguo, lasciando cadere nel vuoto il mio auspicio. Un lieve smottamento nella montagna di rifiuti richiamò la mia attenzione e per un attimo mi parve di vederlo giacere vicino all’orizzonte, accatastato insieme a tanti altri.

2. Il rapimento.

Fuochi d’artificio: ecco ciò che pensai continuando ad ammirare lo sfavillio della montagna iridescente contro lo sfondo di un medio squallore suburbano. Fu soprattutto per questo che rimasi sbalordito quando al margine del campo visivo, in perfetta sincronia con una raffica di botti, saltò in aria pure la scatola cranica dell’ispettore.
Quando ripresi conoscenza, continuavo a vedere e a rivedere lo spettacolare effetto a coda-di-cavallo purosangue che dalla testa dell’ispettore sprizzava prima in alto e poi s’inarcava a cascata specchiandosi nello schermo del tablet. Il mio cervello continuò ad avvalorare l’ipotesi dello spettacolo pirotecnico, almeno finché una secchiata d’acqua gelida non lo ricondusse alla ragione.
– Bleublu… aaa… ghh…
Il mio barbugliare cessò di colpo sotto lo schianto d’un manrovescio a tutto braccio. Il colpo fu così violento che quasi ribaltò la sedia cui ero legato.
– Pietàààà… sono solo un… – provai a dire, venendo zittito da un pugno in pieno viso che cancellò l’odore di muffa e salnitro del seminterrato.
Oltre all’uomo che mi stava pestando, nella stanza semibuia, per ciò che potevo intuire c’erano altre cinque o sei persone. Dalle retrovie, qualcuno mi puntò in faccia un faretto e in controluce ebbi nuovamente l’allucinazione di vedere uscire il fuoco d’artificio dalla testa del sovrintendente. Quello che doveva essere il capo del commando, si accucciò accanto a me e iniziò a parlare con tono fin troppo affabulante.
– L’utopia mi ha sempre fatto paura, forse perché nella mia mente malata *utopia* non significa solo cosa che non si può realizzare, ma anche “cosa che si realizzerà in modo orribilmente diverso”…
Concluse la frase mimando un largo sorriso con le labbra mentre, gli occhi continuavano a studiare il mio volto senza tradire la minima emozione.
– Avete… avete s-sbagliato personaaaauuuurgg!
L’ultima vocale mutò in un lungo urlo straziato: il terrorista mi aveva afferrato il naso per strizzarlo con forza tra pollice e indice.
– Non ci interessa cosa hai da dire. Tieni la bocca chiusa e sorridi al pubblico delle grandi occasioni, ok? – poi, dopo un cenno verso i compagni, aggiunse – Filosofo, dì la tua… e voglio le riprese almeno da due angoli diversi.
Deglutii il sangue che ora colava in gola trovando turata l’unica via d’uscita. Quando il capo del commando lasciò la presa, la poltiglia di carne molliccia che ormai ricordava solo vagamente una piramide nasale si afflosciò sul labbro superiore.

3. L’utopia.

Il filosofo fece un passo avanti, uscì dall’ombra e si schiarì la voce per arringare la platea con tono professorale.
– Utopia, sostantivo creato dall’unione delle voci greche οὐ, “non”, e τόπος, “luogo”, ovvero in sintesi, “luogo che non esiste”. E’ una parola astratta, un’allucinazione mentale basata su una visione ideologica della realtà – sospirò concedendosi una breve pausa, quindi riprese con tono più mesto – L’utopia ricapitola in sé l’estremismo dogmatico e apriorista del bene assoluto, del bello assoluto, del giusto assoluto, del vero assoluto e così via. Proprio per questo possiede un eccezionale potere di fascinazione sulla mente umana.
Il capo del commando lanciò un’occhiata di ammirata approvazione all’indirizzo delle ombre celate oltre il faretto.
– Ottimo, chiaro e razionale: complimenti al Filosofo. Così ben spiegato che anche un bambino capirebbe l’orrore. Eppure centinaia di migliaia di laureati, di persone di cultura, di persone intelligenti ogni giorno lavorano a fianco di tale mostruosità, incapaci di vedere oltre la punta del loro naso.
L’uomo mi afferrò per i capelli, tirandomi la testa leggermente indietro. Poi proseguì guardando in camera, nella direzione d’un ipotetico pubblico.
– Quello che vedete è un dottore, un medico, uno che ha studiato. Eppure non è stato capace di vedere oltre il proprio naso… magari il naso era così grosso da nascondergli il senso delle cose? Ecco allora che abbiamo deciso di aiutarlo, sgombrando il campo almeno un po’…
Risate nello stanzone.
– Sarà abbastanza perché si renda conto degli orrori di cui siamo vittime ogni giorno e scelga di non esserne più complice?
Provai a farfugliare qualcosa, ma le labbra impastate di sangue crostoso erano come intorpidite e riuscirono a sillabare solo una smorfia di dolore.

4. Le fasi.

Il capo del commando iniziò a camminare avanti indietro davanti alla sedia cui ero legato, guardando di tanto in tanto verso le videocamere dei cellulari.
– Voglio essere ancora più chiaro. Voglio spiegarvelo in modo ancora più lineare, passaggio per passaggio, di modo che pure le persone che da decenni si nutrono soltanto di propaganda a reti unificate, possano capire… Tu, che hai studiato, dottore, racconta a tutti le sei fasi dell’utopia.
– Non… n-nonn.. – farfugliai, troppo sconvolto per azzardare una risposta.
L’uomo mi concesse un buffetto quasi affettuoso sulla guancia destra e proseguì col suo pappardellone che, sebbene fossi ormai privo naso, già sentivo puzzare di arrogante saccenteria.
– Allora ve le raccontiamo noi… Fase 1 o dell’ebbrezza collettiva: grande entusiasmo di tutti… realizzeremo l’utopia! Fase 2 o delle difficoltà riconosciute: tamponiamo le falle e andiamo avanti. Fase 3 o delle difficoltà rimosse: le falle si fanno troppo grandi per essere tamponate, quindi nascondiamo/neghiamo l’evidenza e andiamo avanti. Riesci a seguirmi, dottore?
Feci cenno di sì, deciso a non contrariare quel manipolo di terroristi psicopatici e soprattutto il capo, che mostrava la caparbietà del venditore porta a porta dell’enciclopedia degli animali, del Folletto e del testimone di Geova messi insieme.
– Bene… Fase 4 o del capro espiatorio e della repressione: troviamo un nemico cui addossare le colpe, reprimiamo il dissenso e additiamo tutte le voci critiche come disfattisti o complottisti e andiamo avanti. Fase 5 o della sublimazione mistica: le cose non vanno bene perché non c’è abbastanza fede nell’utopia, la fede smuove le montagne! Dobbiamo avere più fede, ci vuole più utopia, sì, più utopia e andiamo avanti. Fase 6 o del bagno di sangue: rendiamo onore ai paesi distrutti, ai popoli affamati e ai caduti che non sono morti invano, perché adesso abbiamo imparato. Non commetteremo gli stessi errori alla prossima utopia.

5. La liberazione.

Nello stanzone calò un silenzio tombale. Il capo dei terroristi si concesse una lunga pausa di riflessione, durante la quale uno dei videoamatori improvvisati si fece avanti per un primo piano del mio volto disfatto.
– Allora dottore, cosa ne pensi? Sei una persona di cultura… riesci a tirare le inevitabili conclusioni, a passare dal ragionamento generale al caso particolare?
Non feci in tempo a rispondere.
Col frastuono di un treno merci in corsa, le teste di cuoio dell’Unione fecero irruzione nel covo dei terroristi. Qualche secondo dopo, il pavimento dello stanzone era un mare di sangue calmo come l’olio nel quale galleggiavano i corpi immobili dei rivoltosi. Non appena fui libero, cedendo per un attimo a un basso istinto animale, infierii con una serie di calci sui cadaveri dei terroristi.
– Venga, dottore, la scortiamo all’ospedale più vicino – disse un poliziotto in tenuta antisommossa.
Qualche giorno dopo, al funerale di stato dell’ispettore capo, il presidente tenne un discorso a reti unificate in cui chiamò a raccolta i cittadini, affinché si stringessero attorno alle istituzioni comunitarie minacciate dal terrorismo e dal populismo. Evocò lo spettro del nazifascismo e chiese a tutti i popoli europei di difendere la democrazia e la libertà. Invocò la forza della fede e della speranza, per il bene di tutti e dell’Unione. “Dobbiamo restare uniti” – disse – “ci vuole più Unione, sì, più Unione. I terroristi non ci fermeranno: noi andiamo avanti!”
Piansi per l’emozione quando, alla fine della cerimonia, il presidente in persona mi appuntò al petto una medaglia all’onore.

*

(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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