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Il disagio della tecnologia

disagio tecnologia

 

Il disagio della tecnologia

 

Marco.net irrompe in presidenza col volto livido da emoticon furioso.
– Non ne posso più – strepita mordendo le ultime sillabe.
Il preside solleva gli occhi dal monitor quel tanto che basta per linkare allo sguardo un’immagine di biasimo.
– Si calmi… sta esagerando.
L’insegnante di sostegno inspira a fondo l’aria densa di nicotina e crolla a sedere sullo scranno in ecopelle, davanti alla scrivania in acrilico nobilitato.
– Guardi! – sventola l’iPhone davanti al naso del preside – se non è cyberbullismo questo!
Nella foto, un ragazzino usa il cellulare a mo’ di clava schiantandolo in testa a un compagno.
– Caro Marco.net, la sua dedizione è encomiabile, ma l’uso del telefonino secondo le modalità in oggetto, non configura un’aggressione mediata tecnologicamente. Quindi la prego di tornare al lavoro.
L’insegnante vacilla, incredulo.

– Vuol… vuol dire che… c-che non prendiamo provvedimenti? Che non ce ne frega niente perché non si tratta di cyberbullismo doc?
– Esattamente. Dobbiamo ottimizzare il nostro tempo, dedicarci a problematiche che vadano di moda. A chi interessa un ragazzino troglodita e una metodologia di violenza da età della pietra?
L’insegnante vorrebbe replicare qualcosa, ma ha un attimo di esitazione: nella sua mente ha preso forma la parola *australopitecno* e a rapido giro di rotellina cerebrale l’immagine corrispondente. Il preside coglie al volo la pausa dialettica per congedare il dipendente.
– Arrivederla, professore.
Marco.net lascia la presidenza sconvolto. Appena oltre la porta si scatta un selfie, cambia l’immagine del profilo Féisbuk e aggiorna il suo stato in “nauseato”. Non contento, dopo essersi sciacquato la faccia nei bagni del personale, scrive un duro tweet di denuncia propositiva su #buonascuola, che in meno di 140 caratteri riassume l’opera omnia di Dewey e Montessori.
Quando rientra in classe, l’insegnante di italiano, sta proiettando con la LIM un tutorial tridimensionale in ultraHD sulle preposizioni articolate, cortesemente fornito dalla *bibliotecna* del plesso scolastico. Nel disinteresse generale, Matei.ru, il ragazzino disabile affidato alle sue cure, si è di nuovo infilato un pennarello nel naso. Marco.net, sospira e si appresta a rimuovere il corpo estraneo, ma prima che possa completare l’operazione il ragazzino starnutisce sparando il pennarello addosso a un compagno di classe.
– Eccheccazzo!!! – grida Paolo.it colpito in pieno petto.
– Niente parolacce! – protesta l’insegnante d’italiano.
– Mi ha tutto smerdato di roba del naso!
– Che schifo! – ulula in coro la classe.
Lena.eu, la ragazzina seduta accanto a Paolo.it sbianca e vomita. Nel trambusto generale, Paolo.it balza verso Matei.ru e gli assesta prima un calcio e poi un pugno sul naso. Il disabile mugghia un lungo ululato di dolore che pare scaturire da una gola non umana. L’insegnante di italiano e Marco.net cercano di sedare gli animi e riportare un minimo di quiete nella classe.
– Qualcuno chiami la bid… la collaboratrice scolastica – sbotta Marco.net – serve uno straccio, e tu, Paolo.it, torna subito a posto!
– Silenziiiioooo! Vi faccio una nota di classeee!! – urla l’insegnante di italiano.
Il ragazzo disabile piange in silenzio coprendosi il volto con le mani.
– Coma va? Hai sangue dal naso? – chiede Marco.net.
Per tutta risposta Matei.ru sguscia oltre l’insegnante di sostegno, saltabecca verso il banco di Paolo.it, ne afferra il cellulare e lo ingoia.
Pausa.
In classe cala un silenzio tombale. Marco.net è una statua di sale: gocce di sudore allibito colano formicolanti giù per la schiena, mentre davanti agli occhi la scena si svolge e riavvolge al rallentatore… rivede le fauci di Matei.ru spalancate a mo’ di boa constrictor, le linee d’espressione cancellate dallo sforzo, l’imbuto della gola aperto, buio e smisurato, pronto a inghiottire il mondo…
E in effetti, in classe scoppia il finimondo.
– Ridammi il cellulare!
– E’ un mostro… un…un alien!
– Aaaaah!!!
– Sputalo fuoriii!
– Che schifo…
– UUUUuuuuuu!
Alcuni ragazzi, in perfetta sincronia, salgono sui banchi e iniziano a cantare il “Va pensiero”.
– Cazzo è?!?!? – stizzisce fuori di testa l’insegnante di italiano.
– Sarà un flashmob – ipotizza Marco.net
Nel trambusto generale Francesca.biz scivola sul vomito di Lena.eu e picchia la testa sul bordo di un banco. Fortunatamente si rialza senza conseguenze.
– Tornate tutti a postooo!!!
Matei.ru crolla paonazzo sul pavimento.
– Sta soffocando! Mioddio, sta soffocando! – grida Marco.net in preda al panico – chiamate il 118!
Solleva di peso il disabile e preme con energia alla base del torace, cercando di liberare le vie respiratorie. Niente da fare.
Carlo.gov ha un lampo di genio.
– Potrei telefonare a Paolo.it, così il telefonino vibra e forse lo vomita!!
– Prova, Cristo… prova! – farfuglia Marco.net sudato e scarmigliato per lo sforzo.
Carlo.gov fa partire la chiamata.
Silenzio.
Poi, come un’eco lontana, s’ode la suoneria del cellulare. Il volto di Matei.ru sbianca, l’esofago s’annoda in uno spasmo e l’ordigno tecnologico viene sparato fuori da un potente conato di vomito. Il successivo risucchio d’aria stura l’ansia e riporta l’allegria nell’aula.
Sul pavimento, sporca di sangue e muco, la bomba giace inerte, disinnescata.

*

Quel pomeriggio stesso, dopo pranzo – una *bistecna* e quattro foglie d’insalata – Marco.net esce dal suo monolocale e s’incammina verso la periferia: ha deciso di fare una bella passeggiata per recarsi a casa della fidanzata, nella speranza di rilassarsi almeno un po’. Così non posso andare avanti, rimugina tra sé, rischio di impazzire… forse dovrei pianificare un viaggio in Nepal, per ritrovare me stesso… e… e se alla fine scoprissi che non mi piaccio, che in realtà sono un coglione come un altro? Se la situazione mi sfuggisse di mano e diventassi un bonzo tibetano? No, no, no… meglio affidarsi a soluzioni meno temerarie. Un fiore attira la sua attenzione: lo fotografa con l’iPhone. Magari dovrei abbandonare la scuola e darmi alla letteratura… come scrittore potrei lottare in modo molto più efficace contro il disimpegno morale, contro il disagio della tecnologica, contro la fine della storia. L’ultima frase lo colpisce in modo particolare, così dapprima scatta una foto a un altro fiore, poi ci ricama sopra. Ormai la vita è una serie di esperienze parallele prive d’intreccio: non forma più una narrazione… il circolo emozionale è interrotto, le relazioni emotivo-affettive si sono trasformate in un “do ut des” d’ispirazione economica: ci attendiamo risposte commisurabili in termini meramente numerici ai nostri “mi piace”… la comunicazione è diventata uno scambio da mercato azionario, più che una condivisione d’intenti emotivi e… e formativi… Un altro fiore, un’altra foto. Com’era quel micro-racconto che avevo pubblicato su Feisbùk tempo fa?
Mentre rievoca il racconto scritto mesi prima, fotografa col cellulare altri fiori. Mmmm… ecco, sì: “Testo è un ragazzino come tanti – ripete mentalmente – frasi sconnesse, stereotipate, parole tronche… insomma un tipico figlio di Féisbuk. Poi un giorno si taglia il polpastrello dell’indice trascinando l’icona di un’app sullo schermo del cellulare e acquisisce i superpoteri. Subito dopo, linkando una foto a un commento, Testo si trasforma in Iper-Testo e spicca il volo verso un’altra pagina web”.
Di foto in foto, di pensiero in pensiero, in un attimo arriva davanti al condominio di Luana.org. Nel cestino accanto al campanello, pieno di dépliant pubblicitari, spicca il volantino variopinto di una setta virtuale pseudoscientifica. Marco.net s’incanta a guardarlo: in alto, la frase a effetto “i vaccini possono rovinarti la vita” più sotto “accorrete numerosi in piazza Duomo stasera, prima che sia troppo tardi”, più sotto ancora, “ospite d’onore: l’uomo che ha visto morire la sua bambola gonfiabile”.
Suona. Entra.
Quando la donna apre la porta, Marco.net ha le mani dietro la schiena.
– Ho una sorpresa per te.
– Oh… amore, sei dolcissimo…
Con un sorriso radioso le porge l’iPhone: sullo schermo c’è il mazzo di fiori formato dalle fotografie scattate strada facendo.
Luana.org si solleva sulle punte e bacia il fidanzato, poi rientra nell’appartamento alla ricerca di un vaso idoneo. Trova un boccale da birra, lo riempie per metà e ci mette a mollo il cellulare. Marco.net resta interdetto: c’è qualcosa di inquietante nel racconto, ma non riesce a capire esattamente cosa e decide che proverà a tornarci sopra in un secondo tempo.
– Vado a ritoccarmi il trucco – cinguetta lei e l’uomo ne approfitta per andare a ripescare l’iPhone dal vaso improvvisato.
Dieci minuti più tardi, si siedono al tavolo, scambiandosi sguardi carichi di passione. Un raggio di sole lascivo entra dalla finestra, rinterza di sponda sulla specchiera del comò e s’adagia lieve come una carezza sui seni piccoli della donna. Marco.net allunga una mano, ma Luana.org lo ferma.
– Aspetta. Voglio essere sicura che…
Gli piazza il cellulare sotto il naso e lo obbliga a selezionale le immagini che contengono la vetrata di un negozio. Rassicurata dal fatto che il fidanzato non è un bot, si concede.
– Sei bellissima…
– Mi stai trollando?
– Nessun sarcasmo.
– Ghh…
Si scattano foto e brevi video, quindi iniziano a spogliarsi. Marco.net trascina il dito sul touchscreen finché appare la foto con lui in maglietta e boxer. Luana.org fa lo stesso finché appare la foto con lei in slip e reggiseno. Con le mani leggermente sudate, l’uomo fa scorrere le foto successive, finché l’ultima lo raffigura nudo. La donna sente l’eccitazione solleticarle l’ombelico dall’interno, accosta l’iPhone a quello del fidanzato e a sua volta fa scorrere altri scatti in cui si toglie prima il reggiseno e poi le mutandine in pizzo.
S’immergono uno negli occhi dell’altra, coi respiri affannati e la pelle caldoumida. Il cellulare della donna apre le gambe e quello dell’uomo gli si appoggia sopra. Continuano a guardarsi, intensamente, mentre le mani e i cellulari danzano l’una sull’altro in modo ritmico e automatico. Il moto degli arti, delle dita e dei supporti tecnologici s’intreccia in un amplesso di spinte e di sfioramenti sempre più frenetico, sempre più sudato, sempre più fragrante di sesso e di url di piacere …
– Sì, sì, ancora sìììì!
– Ghh… #ammoreee… sììì!
Una serie di colpi d’anca più energici e lo schermo del cellulare di Marco.net eiacula uno sprizzo di cristalli liquidi. I due smartphone s’accasciano uno accanto all’altro, esausti, ma appagati. L’uomo trascina sullo schermo la foto successiva, dove, nudo sul letto, fuma una sigaretta.
– Amore…
– Sì?
Dalle finestre, i raggi del tramonto filtrano sfumati d’ambra, senza fretta, morbidi quanto una buccia d’albicocca. Nell’afasia sospesa in controluce, minuscoli puntini di pulviscolo provano a colmare l’apparente discontinuità tra le cose, facendo da collante al mondo. Luana.org si guarda intorno, stranita.
– La superficie delle cose non finisce mai – dice, quasi che all’improvviso la sua bocca fosse agita dall’esterno, poi aggiunge con tono più basso, di gola – vieni…
Si stende sul tavolo, accanto ai cellulari, slacciandosi tre bottoni della camicetta. Marco.net studia perplesso la scena, colto da un attimo d’esitazione: il corpo della donna inizia a confondersi col legno del ripiano e con gli smartphone, sembra svanire i margini, smarrire i confini, raggiungere una consapevolezza mistica ulteriore… fino a trasfigurarsi in una divinità *Aztecna*.
Un lieve formicolio gli vellica la lingua.
– Non esiste alcuna discontinuità tra le materie viventi e le materie non viventi – sentenzia con cadenza monocorde, quasi che un’intelligenza aliena si fosse impadronita del suo apparato fonatorio – le materie viventi sono peculiari forme di organizzazione della materia che si realizzano se vengono correttamente (e)seguite le istruzioni del libretto di montaggio, scritto in una lingua astrusa composta da quattro grafemi azotati. Praticamente, non siamo molto dissimili da un mobiletto dell’Ikea. O dal calco di un cellulare. Azione e reazione. Azione e reazione. Azione e reazione…
Pausa.
Scuote la testa: l’eco del fruscio di mattoncini lego in un cassetto. Ed ecco che pian piano si riscuote dal determinismo tecnologico e i suoi pensieri ricominciano a fluire in modo naturale.
Sente la voce semisferica dei seni della donna chiamarlo dalla fessura aperta nella camicetta. Bacia il ventre di Luana.org e poi le sale sopra. Odore di vaniglia muschiata.
– Ti amo – sussurra senza riuscire a trattenere le lacrime.
– Anch’io…
Riflesso dai vetri della finestra come un’app raminga e solitaria sulla schermata di un iPhone, un grosso uccello nuota nel vuoto a svanire. Per qualche frazione di secondo, Marco.net ne segue il volteggiare sfocato, credendo di scorgere un iRone, poi torna a immergersi negli occhi di Luana.org.
Si scambiano sorrisi stirati quanto le ombre allampanate degli ultimi chiarori al crepuscolo. L’uomo scivola una mano dietro al corpo della donna, nel coraggioso intento di slacciarle il reggiseno. Tasta la schiena palpando la cassaforte in microfibra morbida, anatomica, con eleganti ricami in rilievo e accenti in pizzo, alla ricerca della serratura, protetta da una combinazione di gancetti.
Gira.
Gira. Tira.
Gira. Tira. Smuove.
Gira. Tira. Smuove. Stira.
Niente da fare. Si rende conto di aver peccato di presunzione nell’aver pensato di poter slacciare il reggiseno con una mano sola.
Gira. Tira. Smuove. Stira. Piega.
A un certo punto, un’illuminazione: trascina il dito sopra la chiusura come se fosse il touchscreen del suo iPhone.
Niente da fare.
Gira. Tira. Smuove. Stira. Piega. Flette.
Gira. Tira. Smuove. Stira. Piega. Flette. Spinge.
L’istante si dilata. Il tempo scorre, sembrano passare attimi, minuti, giorni, mesi, anni…
Nell’attesa, la fidanzata invecchia, tanto che le crescono i baffetti.
Quando si rendono conto di essere ancora vivi, Marco e Luana hanno entrambi i capelli bianchi, lunghi e spettinati: due settantenni accaldati che si tengono per mano.
– Ti è piaciuto? – chiede lui.
Per tutta risposta, lei clicca “mi piace”.

 

*

 

(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

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