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Prove tecniche di “socialismo” e “sovranità popolare”.

munch capitalism

 

Nel ventunesimo secolo, continuare a ragionare in termini di “destra” e di “sinistra” ostinandosi a puntellare una dicotomia ormai ridotta in macerie da terremoti politici, sociali, economici e culturali, è una forma di auto-ipnosi compassionevole.

L’ideologia liberista ha estesamente infettato e sovrascritto l’identità della sinistra storica italiana, europea e mondiale, col risultato che le menti sinistrate invece di combattere al fianco dei lavoratori e delle masse popolari, si rallegrano perché hanno una banca (come Piero Fassino) e vorrebbero togliere il voto al popolo ignorante (come Giorgio Napolitano e compagnia bella). E tale orrenda mutazione genetica non solo ha cancellato qualsiasi forma di vita intelligente da Pertini in poi, ma ha trasformato chiunque si definisca “di sinistra” in un clone benpensante pronto a inchinarsi al “giudizio dei mercati” e al monumento in onore dell’icona liberal socialista Altiero Spinelli, profeta dell’Unione Europea.

Quanta lungimiranza, come al solito, in Pier Paolo Pasolini! Basti ricordare il brano del 1975 in cui scrisse: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo. Io vi prospetto il peggiore pericolo… un nuovo regime… Tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali come propri chierici di sinistra”

E quanta ancor maggiore lungimiranza in Sandro Pertini che nel 1949 sull’Avanti scrisse: “Ormai a tutti è noto che l’Unione Europea e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l’espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare di un gruppo di nazioni uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell’Europa occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana.”

E così decenni di lotta di classe e di relative conquiste sociali sono stati spazzati via dalla finanziarizzazione dell’economia, mentre la bandiera dei “diritti civili” è diventata la foglia di fico che nasconde la vergognosa rinuncia a lottare per i ben più importanti “diritti sociali”, che in ultima analisi sono *precondizione* necessaria al compiuto godimento di qualsiasi diritto civile.

Le politiche socio-economiche di stampo keynesiano, che avevano guidato la crescita mondiale dalla seconda guerra mondiale agli anni settanta, sono state gradualmente cancellate dal prepotente ritorno dell’ideologia (neo)liberista. Negli ultimi decenni, il liberismo ha condizionato estesamente non solo gli “apparati ideologici” degli stati democratici, ma anche il “sentire comune” (vedasi il luogocomunsimo dello stato che dovrebbe spendere “come un buon padre di famiglia” e del debito pubblico trasformato da ricchezza dei cittadini in fardello per le future generazioni), generando un articolato sistema di potere tecnocratico internazionale che può permettersi di essere *impopolare* (i.e.  antidemocratico) perché posto “al riparo del processo elettorale”.

La *libertà* incarnata dal liberismo, infatti, è quella di coloro che si arrogano il diritto di far prevalere l’interesse individuale su quello collettivo. La doppia verità alla base della dottrina liberista è dunque la seguente: l’élite deve indebolire lo stato democratico per sottometterlo al “giudizio dei mercati” (ovvero del grande capitale finanziario) e nel contempo il popolo deve vedere nello stato una forza invadente che limita la libertà individuale e la libertà di scelta. Logico che per educare in tal senso l’opinione pubblica disinnescando la democrazia (si veda l’inquietante minaccia del commissario UE tedesco Günther Oettinger “i mercati insegneranno agli italiani come votare”), è indispensabile un controllo totale dei media modello Grande Fratello orwelliano, cosa che, alla prova dei fatti, è ormai triste realtà. Ed ecco che l’impersonale “ordine del mercato” auspicato da von Hayek, padre del liberismo contemporaneo, si rivela per ciò che è: personalistica convenienza delle élite, nonché dei cartelli, dei monopoli e degli oligopoli finanziari che tirano le fila del “libero” mercato.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: disoccupazione “strutturale”, lavoratori schiavizzati, demolizione dello stato sociale, deflazione salariale, povertà dilagante, distruzione della classe media, totalitarismo tecnocratico, aumento delle disuguaglianze e così via. E se la gente non si è ancora riversata per le strade è solo perché l’agonia della sinistra e il ferreo controllo della grande finanza sui media e sull’industria culturale hanno impedito una concreta presa di coscienza collettiva.

E’ dunque vitale ripudiare in modo fermo la sinistra liberal dei Gino Strada, dei Wu Ming, dei Saviano e dei Gad Lerner che Marx e Pertini prenderebbero senza esitazione a calci nel sedere, oppure l’Italia verrà stritolata dal tritacarne liberista e le sue spoglie verranno spartite dal grande capitale per aree di influenza, smembrandola in macroregioni.

D’altro canto, la “liberalizzazione” della sinistra ha sterminato il socialismo democratico e ha fatto sì che l’unica voce a levarsi contro la dittatura finanziaria del grande capitale sia quella dei partiti conservatori nazionalisti (Trump, Regina Elisabetta II, Putin, Orban) che difendono gli interessi del capitalismo industriale. Il caso dell’Italia è ancora più incredibile, visto che la bandiera “nazionalista” e anti-europeista è stata raccolta da un partito regionale e liberista (Lega Nord) che sotto la direzione di Matteo Salvini ha sconfinato verso il centro-sud reinventandosi partito conservatore. Tenuto conto che, piaccia o meno, LA COSCIENZA NAZIONALE E’ PROPERDEUTICA ALLA COSCIENZA DI CLASSE, è fondamentale che chiunque abbia compreso il senso “concreto” del proverbio popolare “il nemico del mio nemico è mio amico” non cada nell’errore di voler lottare da solo contro un nemico globale che è più grande di lui (anche Marx sostenne il borghese Lincoln, e oggi con massima probabilità, sosterrebbe i partiti conservatori ma nazionalisti perché non ragionava per appartenenza, ma in modo dialettico, ovvero pronto a sfruttare le opportunità offerte dalle contraddizioni tra le diverse anime del capitalismo).

Quindi evitiamo l’errore di pensare che qualsiasi socialismo possa esistere senza fondarlo su un concetto di solidarietà nazionale oltre che di classe: l’identitarismo nazionale conservatore è propedeutico all’identitarismo di classe. E’ dunque possibile confrontarsi e fare fronte comune con i partiti conservatori sui contenuti economico-sociali che sono legati indissolubilmente alla sovranità nazionale e alla difesa dello Stato sociale (la destra sociale è composta per lo più di socialisti che non capiscono nulla di macroeconomia). E, d’altro canto, l’unico baluardo di democrazia rimasto, che può liberare i popoli dalla schiavitù globale imposta dal capitalismo finanziario, è lo stato-nazione. Solo lo stato democratico è potenzialmente in grado di opporsi al ricatto dei mercati, alla deregulation dei movimenti di capitale e ai diktat delle multinazionali. Solo lo stato democratico può garantire un’adeguata protezione dei più poveri/deboli redistribuendo la ricchezza e garantendo il buon funzionamento dello stato sociale e la piena occupazione. Tuttavia, com’è evidente, la riconquista e la difesa della sovranità popolare (citofonare Costituzione Italiana per informazioni) resta una mera astrazione qualora non sia strettamente connessa ad una concreta sovranità nazionale e monetaria e a un amor di patria legato a doppio filo ad un territorio ben definito, ad una lingua e ad una cultura millenaria, ovvero all’identità di un popolo e delle sue tradizioni/istituzioni.

Insomma, la patria è, al tempo stesso, popolo, stato e nazione, e tanto la sovranità NAZIONALE quanto la sovranità MONETARIA sono strumenti necessari (anche se non sufficienti) per realizzare compiutamente la sovranità popolare su cui è fondata la Costituzione Italiana. Ecco perché lo stato-nazione che può battere moneta è da sempre il miglior alleato del popolo e il peggior nemico del liberismo finanziario, come ci ricorda un concitato Paolo Barnard.

Fosse necessario chiarirlo, la differenza tra nazionalismo e sovranità è evidente: mentre il nazionalismo grida “prima l’Italia!” con l’intento di attaccare e sottomettere altre nazioni, la sovranità dice “prima il popolo sovrano” con l’intento di difendere la Costituzione ferita a morte dalle riforme liberiste (si veda il pareggio di bilancio, articolo 81) e dai vincoli imposti da trattati europei incentrati su economicismi e mercantilismi che consentono al grande capitale di schiacciare il lavoro. Lo ripeto per l’ennesima volta: la Costituzione Italiana è incompatibile con l’Euro (un sistema addirittura più rigido del gold standard che può sostenersi solo con la deflazione competitiva) e con i trattati europei (che cedono il potere politico ed economico ad istituzioni sovranazionali configurando un vero e proprio attentato alla democrazia e alla sovranità popolare). La Costituzione Italiana obbliga lo stato a perseguire la PIENA OCCUPAZIONE e a garantire che il lavoratore riceva un salario PROPORZIONALE E DIGNITOSO, dettami incompatibili con i trattati europei (rapporto deficit/PIL < 3%, output gap, etc) e con l’Euro (la moneta unica obbliga a competere sui mercati internazionali giocando al ribasso sul costo del lavoro, cioè riduce i lavoratori a schiavi sottopagati). Parimenti, forme di sussidiarietà in linea con le politiche liberiste (reddito/elemosina di cittadinanza e affini), sono da rigettare quali strumenti di ulteriore oppressione della classe lavoratrice che consentono al capitale di continuare a schiacciare impunemente il lavoro grazie al puntello di uno stato a quel punto complice di politiche schiaviste. Sono da rigettare a priori e per definizione anche le privatizzazioni di beni pubblici e quindi il localismo volto alla svendita e alla gestione privatistica del patrimonio pubblico.

Lo stato democratico nazionale deve poter gestire liberamente e in autonomia le scelte di politica economica supportandole con investimenti pubblici (solo un’economia mista che preveda la nazionalizzazione dei servizi essenziali e dei settori economici strategici tutela concretamente il popolo), scelte pensate per agire in modo concreto e immediato su una crisi ultradecennale che nasce sul versante della *domanda* (i poveri e la classe media diventano sempre più poveri, così che il popolo può spendere sempre meno). Solo una politica economica incentrata sulla domanda può procurare all’economia di mercato una dinamica tale da raggiungere obiettivi di piena occupazione: ridurre la tassazione e ampliare gli sgravi fiscali sono scelte politiche che rivitalizzano la domanda, ovvero, che fanno aumentare il PIL (specie se con adeguata politica economica si favoriscono i prodotti nazionali e pertanto si evita di andare in rosso nel bilancio import/export). Solo quando il PIL aumenta, ovvero quando la ricchezza complessiva nel paese aumenta, lo stato è nelle condizioni ideali per redistribuirla: se aumenta la ricchezza, in valori assoluti aumenterà il gettito fiscale e quindi lo stato avrà maggiori risorse da redistribuire. Per contro, tassando il lavoro al limite della sopravvivenza (in Italia la pressione fiscale reale è quasi al 50% per le persone fisiche e quasi al 60% per le imprese), il PIL non potrà che calare e dunque (cane che si morde la coda) calerà il gettito delle tasse NONOSTANTE l’aumento folle della pressione fiscale (id est, la maggioranza della popolazione si impoverisce). Quindi non facciamoci fregare quando la grancassa mediatica riparte a martellarci con la favoletta dell’evasione che” fa calare il PIL” soffiando sul fuoco dell’invidia sociale, cui può facilmente abboccare chi non ha un minimo di rudimenti macroeconomici (piaccia o meno, la ricchezza che rimane in tasca al popolo, anche quella evasa, fa parte del PIL). Parimenti, è in larga parte illogica e infondata la “leggenda” che sia soprattutto il contante a favorire l’evasione e che dunque debba essere eliminato, cosa a cui deve opporsi con forza chiunque difenda lo stato sociale e la sovranità popolare. Stesso discorso vale per la folle idea di tassare l’uso del contante che deve essere rigettata in quanto moralmente inaccettabile: si tratta di soldi del lavoratore su cui il lavoratore ha già pagato le dovute tasse. Disporre di contante deve essere considerato parte integrante dei diritti del lavoratore: il contante non solo è uno strumento di libertà, ma è anche l’unica via di salvezza di chi non può permettersi fatture elettroniche, scontrini elettronici, contabili, bollette, reversali, mandati, acconti etc. Il pericoloso evasore non è certo il contadino cui pago in contanti la frutta a chilometri zero, la colf/badante in nero, o il tuttofare in pensione che per 40 euro ti sistema una perdita dell’impianto idraulico. Ma davvero qualcuno nel 2020 crede ancora che i miliardi per *fuggire* debbano viaggiare nelle valigette come nei film di James Bond? Le multinazionali usano transazioni finanziarie internazionali erodendo la base imponibile e sfruttando il profit shifting. Stessa cosa, ormai, fanno mafia e camorra, poiché tutte dispongono di bancomat e di conti all’estero. L’evasione vera, quella che conta e che ammonta ad oltre il 90% del totale, se ne fa un baffo dei contanti (e infatti, tanto per farsi un’idea, in Italia l’evasione delle grandi imprese è 16 volte maggiore di quella di piccole imprese e lavoratori autonomi messi insieme, nonostante questi ultimi siano infinitamente più numerosi). Peraltro, vale la pena di ricordare che in Germania, paese spesso additato come esempio di *onestà* da imitare, circa l’80% delle transazioni avviene in contanti. L’abolizione del contante, dunque, non serve a contrastare in modo significativo né l’evasione né la criminalità e deve piuttosto essere inquadrata all’interno del progetto di dittatura finanziaria sostenuta dalle élite mondialiste (FMI, UE, OCSE, WTO, Trilateral, WEF e compagnia bella), incentrato su banca mondiale e potere tecnocratico. In tale scenario distopico, nazioni e popoli possono essere ricondotti all’obbedienza con un “click” (si veda la storia recente per quello che riguarda le banche greche, il “bail in” in Italia e i tassi di interesse negativi in giro per il mondo). Per essere efficace, la dittatura finanziaria ha bisogno di un controllo assoluto sulla moneta: basti pensare che il Fiscal Monitor Report del 2013 del FMI, nel tracciare le linee guida per una più efficace confisca delle ricchezze di una nazione in crisi, raccomanda “blitz improvvisi, specie di notte”, di modo che in caso di default di paesi o di grandi istituti finanziari, il popolo “NON ABBIA IL TEMPO PER RITIRARE IL CONTANTE SFUGGENDO AL PRELIEVO FORZOSO”. In altre parole, le élite internazionali e il grande capitale finanziario mirano ad ottenere un sempre maggiore controllo dell’economia, della ricchezza e dei lavoratori che la creano. Non bastasse, la guerra al contante arricchisce le banche per via delle commissioni legate ai pagamenti digitali e avvantaggia le attività commerciali che si trovano oltre-confine. Se davvero si vuole attaccare l’evasione, si modifichi la legislazione in UE, impedendo la concorrenza sleale di paesi membri che sono veri e proprio paradisi fiscali, come ad esempio Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Cipro e Malta – alcuni dei quali sono la nazione di provenienza dei simpatici burocrati di Bruxelles (tipo il lussemburghese Junker o l’olandese Dijsselbloem), che bacchettano gli italiani chiedendo più austerità e più tasse per noi comuni mortali!! Amazon, Apple, Google, Netflix, Ikea e Facebook messe insieme versano in Italia poche decine di milioni di tasse su un giro d’affari che vale miliardi di euro. Fa circa l’1% di tasse… E questo mentre i lavoratori pagano tasse per una pressione fiscale reale di circa il 50% di quanto guadagnano. La lotta all’evasione è uno dei cavalli di battaglia dell’economia liberista: se anche si “recuperasse” un miliardo di euro di piccola e media evasione, quel miliardo in realtà verrebbe sottratto al circuito economico. Anche ammesso (E NON CONCESSO) che lo Stato lo ri-spenda tutto per qualsivoglia cosa (servizi, pensioni etc), al massimo sarà ripristinata la condizione di partenza. Ripeto, ecco la nuda e cruda verità: con una pressione fiscale attorno al 50%, la lotta alla piccola e media evasione danneggia il PIL, è un non senso macroeconomico e in pratica ci impoverisce tutti. Vieppiù, scrivevo “ammesso e non concesso” perché è ovvio che oggigiorno lo Stato potrà re-immettere nel circuito economico reale SOLO una minima parte di quanto recuperato, visto che, almeno in Italia (paese in cui sono stati separati Tesoro e Banca D’Italia, nonché privo di moneta sovrana, ovvero indebitato in valuta estera: l’Euro), gli interessi sul debito sono destinati a crescere all’infinito sottraendo mediante avanzo primario migliaia di miliardi all’economia del paese. Basti pensare che nella pancia del sistema finanziario sono finiti non solo gli interessi sul debito (oltre 3000 miliardi negli ultimi trent’anni), ma pure gli oltre 600 miliardi che nell’ultimo decennio sono stati tolti all’economia reale, cioè al lavoro e ai lavoratori, per l’assurda regola del 3% imposta dai trattati europei.

Altro punto nodale, è che lo stato democratico non solo deve imporre regole e limitazioni alla mobilità internazionale di capitali merci e servizi, onde garantire la protezione del lavoro, ma deve ostacolare e limitare anche la mobilità internazionale delle persone poiché l’immigrazionismo, come ben sapevano i comunisti, è uno dei cavalli di battaglia del liberismo e DECLASSA IL LAVORATORE A “MERCE”. L’immigrazione clandestina di massa è un’arma di distruzione sociale in mano al capitalismo liberista che può così prendere i classici due piccioni con una fava: da un lato si arricchisce depredando i paesi del terzo mondo (materie prime, colonizzazione finanziaria e politiche del debito), dall’altro spinge milioni di persone a lasciare i loro paesi per usarli come strumento di destabilizzazione sociale contro paesi più industrializzati (causando aumento della criminalità, collasso dello stato sociale, guerra tra poveri e riduzione del potere contrattuale del lavoratore mediante esercito industriale di riserva).

Lo dico forte e chiaro: ciò che dobbiamo pretendere che sia difeso e rivendicato NON è il diritto ad emigrare, ma il DIRITTO A NON EMIGRARE, ovvero il diritto a vivere e lavorare in condizioni dignitose nel proprio Paese. L’unico internazionalismo che rispetta la Costituzione Italiana è quello “popolare”, ovvero quello che mediante politiche internazionali di solidarietà e di sviluppo contribuisce a garantire i diritti fondamentali della Costituzione alle classi popolari di altri paesi. Per contro, il cosmopolitismo no-border delle ONG sorosiane, della sinistra buonista “da salotto” e della chiesa bergogliana è funzionale agli interessi del grande capitale finanziario essendo in perfetta sintonia con l’ideologia liberista che antepone l’individualismo al bene comune.

Ricordo, infine, che il socialismo nasce come anticapitalismo e non deve essere mescolato con un antifascismo neoliberale post-sessantottino che insegue specchietti per le allodole fuori dal contesto storico e che (sostenuto in modo diretto o indiretto dal grande capitale) funge da utile idiota al servizio del liberismo globalizzatore. Il vero nemico era, è, e resta il capitalismo finanziario che mediante istituzioni sovranazionali (ovvero, *non* democratiche) tira le fila di un regime totalitario globale di stampo liberale ottocentesco. L’unico vero nazifascismo presente ora, qui, adesso è quello incarnato dall’unionismo imperialista e liberoscambista dell’Unione Europea, che mediante la libera circolazione di capitali, beni e persone, soffoca la democrazia e la sovranità del popolo e degrada il lavoratore a merce.

Altrettanto pericolose (e pertanto da combattere) sono le “sirene” dei partiti “verdi”, chiamati a puntellare governi sinistrati abbandonati dall’elettorato, che invece di difendere il lavoro e i diritti sociali si uniformano alle teorie neo-malthusiane dell’ecologismo più “gretino”, come la riduzione demografica, la deindustrializzazione e l’austerità sponsorizzate della classe egemone. E non è certo in caso se, alla resa dei conti, tale ecologismo si rivela essere solo un modo più raffinato per imporre al popolo altra *austerità*, ovvero la promessa che in futuro le cose andranno meglio solo se… continuiamo a stare peggio.

Insomma il socialismo del nuovo millennio deve tornare ad ispirarsi ai principi fondamentali della Costituzione Italiana, che è la “più bella del mondo” proprio perché è FONDATA SUL LAVORO (e non sulla libertà del capitale propugnata da Einaudi). Non a caso, infatti, come notava stizzita la banca d’affari JP Morgan in un documento del 2013, la Costituzione Italiana “mostra una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflette la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

E’ dunque vitale che qualsiasi approccio politico socialista e rispettoso della democrazia torni a mettere al centro della politica la sovranità popolare e la tutela del lavoro in tutti i suoi aspetti, restituendo allo stato la sovranità monetaria che potrà essere compiutamente ripristinata solo uscendo dall’Euro e abolendo sia la separazione tra Tesoro e Banca D’Italia che il pareggio di bilancio in costituzione.

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(in caso di cose da dire all’autore: malosmannaja@libero.it)

 

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